Recensione
Claudio Alberti, www.blogsphere.it, 31/01/2011

Libri da leggere

Il libro di Nadia Urbinati, docente di Teoria politica alla Columbia University, è un testo coraggioso e difficile. Coraggioso perché cerca, in un momento in cui è al suo punto massimo la sfiducia nella politica e nei partiti (in Italia, ma non solo) di articolare una difesa forte e convincente della democrazia rappresentativa; difficile perché questa articolazione si snoda attraverso l'analisi degli scritti dei principali pensatori che hanno contribuito a formare le repubbliche che siamo abituati a conoscere (da Rousseau a Paine, da Kant a Condorcet passando per Sieyès). Eppure, è un libro senza dubbio da leggere e studiare, su cui riflettere (proverò a farlo io per primo nei prossimi post), perché mette in evidenza come già all'inizio della sua storia questa architettura istituzionale facesse emergere molti dei problemi che ci troviamo ad affrontare oggi: il libro aiuta, perciò, per una discussione critica sulla nostra Repubblica, ci sostiene per darne un giudizio, ma anche per progettare la democrazia rappresentativa del futuro, come dovrebbe essere e come dovrebbe esprimere i valori per cui è nata. Le teorie dei grandi pensatori ci consentono, allora, di affrontare meglio (molto meglio, posso assicurarvelo) i travagli dei democratici contemporanei.

Il cuore del ragionamento della Urbinati è che in una società complessa come è quella repubblicana (e la complessità è data dalla libertà riconosciuta ai cittadini, che è alla base di ogni repubblica) è inconcepibile il ricorso all'idea di un sovrano come realtà ontologica unificante e collettiva: in un contesto in cui - giustamente - le differenze sociali, gli interessi di parte e i vari, contrastanti percorsi di vita rendono difficilmente identificabile il "bene pubblico" come atto della volontà che nasce dalla virtù di un soggetto unico (che sia un re o un forum di cittadini dotti e saggi), la vera forma istituzionale che può evitare l'arrivo del caos è quella rappresentativa. La rappresentanza contiene infatti un'idea di sovranità che si forma in un processo continuo e costante (che non si esaurisce, dunque, nel solo momento elettorale) di unificazione pluralista dei diversi interessi.

Le assemblee elettive ci mostrano una sintesi degli interessi in gioco nella società che rappresentano. E sono di gran lunga preferibili alla democrazia cosiddetta "diretta", perché ne superano i limiti del presenzialismo e della staticità: la democrazia ateniese era instabile perché mancava di flessibilità, perché era rigida mentre intorno la società era mobile. La rappresentanza consente, invece, di rappresentare (scusate il gioco di parole) la nazione come somma delle articolazioni della volontà generale, di contenere gli interessi particolari, di far partecipare al processo legislativo e decisionale anche le minoranze (che si sentono parte del processo e concorrono alla formazione della legge e dell'opinione momentanea della maggioranza su un tema, e dunque non si sentono escluse o "schiave" della maggioranza stessa), di stabilizzare nella fluidità le istituzioni.

La democrazia rappresentativa ha il potere di mettere in contatto gli atomi isolati della società civile, e di dare ai cittadini una prospettiva orientata al futuro, in quanto parte di un processo. Prospettiva che, come accennavo prima, non si esaurisce (è bene ricordarlo) nelle elezioni, ma continua ogni giorno, attraverso i cambiamenti dell'opinione pubblica, i ragionamenti sulle decisioni e sulle leggi, la messa in discussione di norme e consuetudini antiche. La democrazia rappresentativa permette di tenere in vita quel processo quotidiano, che altro non è se non un surplus di politica e di partecipazione. Né la democrazia diretta, né la democrazia plebiscitaria, né tantomeno forme dittatoriali di governo potrebbero fare altrettanto: in esse la sovranità viene concepita come atto di volontà (si pensi a un istituto di democrazia diretta come il referendum: niente esprime la volontà dell'elettorato più del dover dire semplicemente sì o no su una questione), ma la volontà non basta a garantire l'esistenza della società. Per farlo, la sovranità ha assoluto bisogno di articolarsi anche attraverso il giudizio, inteso nel senso kantiano (quello su Kant è il capitolo migliore, consiglio vivamente di leggerlo). Il giudizio, la prospettiva soggettiva con cui vediamo le cose, che è una creazione del nostro intelletto, compone la sovranità quotidiana più della volontà, e la rappresentanza è la forma migliore per interpretare il giudizio della sovranità: il giudizio riflettente, in particolare, ci porta a considerare ineliminabile l'ideologia (espressione del giudizio) e fondamentale il sistema dei partiti nelle nostre repubbliche (semmai proprio la duttilità delle forme rappresentative mi porta a dire che oggi è più che eliminabile la vecchia divisione tra destra e sinistra, ma questa è un'altra storia). La Urbinati, dunque, con Kant, difende a spada tratta la partigianeria come parte del sistema, e i partiti come strumento. Se, infatti, come emerge dalla trattazione del libro, la sovranità è un processo di espressione delle opinioni che trae origine da molteplici luoghi e componenti della società e dal giudizio di ogni singolo cittadino, non si può pensare alla creazione di una voce unitaria di una volontà generale che la nazione contiene implicitamente in sé.

Concludo questo invito (riprenderò il libro nei prossimi post, come dicevo prima) con il paradosso che l'autrice mette (giustamente) nell'Introduzione all'edizione americana del saggio e (ingiustamente) nelle Conclusioni dell'edizione italiana: le Istituzioni dei paesi occidentali, che noi chiamiamo democratici, sono nate per contenere più che per incoraggiare la democrazia. Eppure le forme di presenza politica indiretta rendono democratici i governi, a nostro avviso. Per comprendere come si scioglie il paradosso, non resta che leggere il libro.