Recensione
Antonio Gibelli, Corriere della Sera, 30/01/2011

La politica della Chiesa e Berlusconi. Strappi e timore del salto nel buio

Perché la Chiesa e in particolare la Conferenza episcopale italiana hanno scelto a suo tempo di appoggiare Berlusconi, preferendolo a un uomo probo, prudente, fedele osservante, sostanzialmente moderato come Prodi, autentico esempio di virtù morali anche nel senso stretto dei dieci comandamenti? Eppure, le inclinazioni di Berlusconi, il suo stato di divorziato, il suo stile di vita, i modelli edonistici e consumistici dispensati dalle sue televisioni erano noti ben prima che dilagassero gli scandali sessuali da Noemi a Ruby. Ci voleva poco a capire quale fosse l’essenza del suo messaggio, la ragione delle sue fortune politiche: fate i vostri comodi, basta con le regole, vi libererò da chi mette le mani nelle vostre tasche e da chi vi tedia con inutili prediche. È quella che gli scienziati sociali chiamano libertà negativa e che il cardinal Bagnasco ha appena stigmatizzato come preteso «diritto ad agire a proprio piacimento». A bilanciare questo effetto in termini di immagine c’erano solo il suo familismo ostentato, la devozione alla mamma, l’ossequio alle gerarchie. Perché dunque? In passato la Chiesa è stata molto attenta su questi punti, ha tuonato contro coloro che davano «pubblico scandalo» , esercitando la tolleranza solo a condizione che venisse garantita la riservatezza. Cosa dunque è cambiato? Per capirlo bisogna ricordare la grande trasformazione intervenuta dopo la fine della Guerra Fredda. Nell’era democristiana la Chiesa si era protetta dietro lo scudo crociato: gli aveva delegato la rappresentanza dei suoi principi e interessi sul terreno politico, cercando di bloccare l’avanzata del comunismo e di rallentare i processi di modernizzazione che minavano il suo controllo sul comportamento dei fedeli. Memorabili in questo senso le battaglie sul divorzio e sull’aborto. Protetta da questa influenza, la Chiesa aveva per lo più evitato di interloquire in maniera diretta e palese con i governi e con le forze politiche. Alla base di questo rapporto, c’era il fatto che grandissima parte dell’elettorato di ispirazione cattolica era compattamente schierato con la Democrazia cristiana e le garantiva stabilmente una posizione dominante. Scomparsa la Democrazia cristiana e venuta meno l’unità politica e elettorale dei cattolici, la Chiesa ha cominciato a intervenire direttamente sulla scena politica, come un gruppo di pressione molto influente, contrattando il suo appoggio con gli attori in campo in base alle contropartite. In un certo senso, come ha scritto di recente uno studioso di geopolitica delle religioni, Manlio Graziano (Il secolo cattolico. La strategia geopolitica della Chiesa, Laterza), «la Chiesa ha oggi le mani molto più libere di quando esisteva la Democrazia cristiana» . Ma è vero anche che ha minori certezze, non può delegare ed è perciò costretta a un maggiore cinismo, a una maggiore spregiudicatezza in vista dei propri obiettivi. Ecco perché, a dispetto dei comportamenti personali e dei modelli di valori proposti, la Chiesa ha scelto Berlusconi: perché Berlusconi ha offerto alla Chiesa garanzie assolute su questioni cruciali, sulle quali Prodi e i governi di centrosinistra apparivano meno affidabili. Gli interessi prima di tutto: l’esenzione Ici sugli edifici ecclesiastici, i privilegi agli insegnanti cattolici per assunzioni e stipendi, i finanziamenti alle scuole private. E poi i principi o, meglio, quell’insieme di valori simbolici che riguardano la vita e la morte, sui quali la Chiesa ha fondato la sua forza di istituzione titolare della mediazione tra la realtà mondana e quella ultramondana: la sessualità, la procreazione, la contraccezione, il trapasso. Che importa se Berlusconi mostra di ambire a una immortalità tutta pagana basata su una scienza onnipotente e sull’illimitata forza del denaro? Che importa se si aggira disinvolto tra le minorenni e le prostitute? L’importante— come sostengono contriti gli esponenti del suo governo targati Comunione e liberazione — è che prenda i provvedimenti giusti: impedire pari diritti alle coppie di fatto, ad esempio, ostacolare l’adozione della pillola abortiva Ru-486, evitare che la scure della legge finanziaria si abbatta sulle scuole cattoliche. Ecco perché alla vigilia del 14 dicembre abbiamo visto il cardinal Bertone offrire il suo plateale appoggio al Berlusconi pericolante, con una foto ricordo degna della peggiore alleanza tra Trono e Altare. Ma tutto questo ha un limite che la Chiesa non può superare. Non può tollerare a lungo che il capo del governo che essa appoggia sia sotto i riflettori di uno spettacolo popolato da figure peccaminose, senza con ciò contraddire il senso comune del suo clero e dei suoi fedeli, cioè senza veder scadere la sua stessa credibilità. È una questione di misura e a quanto pare la misura è colma. Questo spiega le dichiarazioni insolitamente forti di Bertone la scorsa settimana, le allusioni dello stesso Pontefice (dalle quali il capo del governo ha tentato puerilmente di scansarsi) e da ultimo la censura ufficiale del presidente della Cei. Non è ancora il de profundis, perché la Chiesa teme il «salto nel buio» ed esita ad abbandonare il leader al suo destino. Ma è certo un segnale in più di smottamento del sistema di potere che ha assicurato il predominio quasi ventennale all’uomo di Arcore.

*docente di Storia contemporanea all’Università di Genova, autore di Berlusconi passato alla storia, Donzelli, di cui è in arrivo la seconda edizione aggiornata