Recensione
Francesco Troiano, La Stampa, 29/01/2011

Ieri nella seta, oggi Drag queen

“La parola glamour è usata in maniera così diffusa e vaga al giorno d’oggi, che potremmo dedurre che abbia perso forza e significato. Eppure mantiene il suo potere di suggestione, il legame con i sogni del passato, un’intera storia di rimandi e di desideri”: così parlò Carol Dyhouse, docene di storia all’Università del Sussex, nel suo Glamour, ricognizione su mode e stili di vita che hanno seguito la trasformazione del fenomeno da eccentrico ad elemento pervasivo del nostro immaginario, segnatamente in relazione alla figura muliebre. Dalla prima definizione della glamour girl che l’Oxford English Dictionary registrò, citando una rivista pubblicata nel 1940 (“una nuova ragazza glamour come viene chiamata oggi , sottile e leggera come una foglia d’argento, sbiancata come una mandorla, patinata come un anello nuziale”), alla contemporaneità, sono, ovviamente, cambiate parecchie cose: occupandosi in modo preponderante del mondo anglosassone, il libro compie uno straordinario percorso attraverso il ‘900, sa Sarah Bernardt fasciata di seta, pizzo e cincillà, a Greta Garbo ricoperta da lunghe pellicce preziose in Grand Hotel, da Marylin Monroe ( “una che ha sempre avuto troppa fantasia per essere solo una casalinga”) a Courtney Love, “con quel look da puttana dell’asilo” fatto di pizzo stracciato , jeans scoloriti ed anfibi Doc Martens. Evitando di limitarsi al jet set, la saggista esamina, pure, i mutamenti del costume presso le operaie inglesi dopo il secondo conflitto mondiale: cosmetici, profumi, biancheria intima divengono generi non più confinati al mercato del lusso bensì alla portata di tutti, acquistabili ai grandi magazzini. Se nella seconda metà del secolo breve il glamour si democratizza, nel decennio dei ’60 pare diventare obsoleto, sull’onda del femminismo: non a caso nel Secondo sesso Simone de Beauvoir stigmatizza l’ossessione femminile per l’apparenza come una “forma di narcisismo che conduce alla passività: a rendersi oggetto, anziché agire”. Ma, incoercibile, esso rivive negli Anni 80 sulla scorta del “ritorno al privato”, sorta di mantra per donne approdate a un neomaterialismo la cui più efficace icona è, giustappunto, la material girl, Madonna.