Recensione
Beppe Sebaste, Venerdì di Repubblica, 28/01/2011

E Sherlock Holmes tornò con un disegno, firmato da una donna

Chi non conosce romanzi come “Il segno dei quattro” (1890) o “Il mastino di Baskerville” (1902) , oppure i racconti delle avventure di Sherlock Holmes? Il genere è il poliziesco a enigma, protagonista un detective privato dandy, inventato a metà Ottocento dal geniale visionario americano Edgar Allan Poe (Dupin, quello di “I delitti della rue Morgue), ma reso universalmente famoso da Sherlock Holmes, creato dal medico- scrittore Arthur Conan Doyle (1859-1930) a partire da “Lo studio in rosso” (1887). Protagonista di quattro romanzi e cinque raccolte di racconti (quello che viene chiamato “canone” dai puristi, con esclusione delle opere in cui egli non appare), Holmes è ancora oggi il detective privato più famoso al mondo: la sua fittizia residenza al 221 di Baker Street – che condivide col dottor Watson, suo partner di avventure e biografo ufficiale – è tuttora meta dei suoi fan. Amatissimo dal cinema e dalla tv, Sherlock Holmes porta all’estremo virtuosismo quella capacità di osservazione dei dettagli, interpretati con metodo scientifico-positivista, che Poe utilizzava in realtà con effetto retorico, un tono logico e nient’altro; e che negli ultimi decenni è stata invece studiata come modalità logica (“abduzione”) da linguisti e semiologi come Umberto Eco , che tra l’altro prese Holmes a esplicito modello del monaco detective di “Il nome della rosa”. “L’avventura della banda maculata” ( The Adventure of the Speckled Band) è un racconto pubblicato per la prima volta sullo Strand Magazine nel febbraio 1892, ora riproposto nell’ottima traduzione di Nello Giugliano da Donzelli. Il piacere di questo racconto , il cui esotismo ha per noi un’eco quasi salgariana (per via dei riferimenti all’India colonizzata e alle sue fiere) è sottolineato e intensificato dalle vivide tavole a colori dell’artista francese Christel Espié, già illustratrice di diversi classici per ragazzi, che ha ottenuto un grande successo di critica proprio lavorando su Sherlock Holmes. Poi c’è il piacere in generale di leggerne le avventure: la sapienza narrativa del feuilleton , la cui suspence tranquilla da fumetto riesce a distanza di anni a catturare l’attenzione ; quella ripartizione di ruoli tra l’emotivo dottor Watson , a cui appartiene la voce del narratore in prima persona, e l’eroe algido e spericolato, Holmes appunto. E’ la coppia vincente, modello di innumerevoli altre nel cinema, nel romanzo e nei fumetti, compreso il tandem Topolino e Pippo. A Watson lo stupore e la meraviglia, non solo davanti alle acrobazie logiche (o forse solo retoriche) esibite come chiaroveggenza da Holmes , ma anche di fronte alla vista di un cadavere. A Holmes l’incurante freddezza, le spavalderie fisiche e verbali e i modi un po’ affettati del dandy, fino alla celeberrima frase “Elementare, Watson!”, così leggendaria da essere in effetti, inventata: Conan Doyle infatti non l’ha mai scritta.