Recensione
Massimo Gezzi, Il Manifesto, 19/01/2011

Passioni e ambiguità nei versi di Marco Giovenale

Alcuni sostengono che la nuova generazione di poeti italiani sia molto debole, incapace di produrre opere paragonabili per novità e riuscita a quelle scritte ai loro tempi dai fratelli maggiori; altri credono al contrario , che il meglio della letteratura italiana provenga al momento dai nuovi poeti, prima che dai nuovi narratori. Eccone due, di questi poeti nuovi, spesso ai margini del mercato e dunque più in ombra dei loro colleghi prosatori. Marco Giovenale, poco più che quarantenne ma già assai attivo sia come autore sia come promotore di poesia , esce per Donzelli con Shelter. Dopo La casa esposta del 2007 e il libro collettivo Prosa in prosa del 2009 (entrambi Le Lettere) , Giovenale recupera qui il tema , ossessivo e ambivalente, del rifugio-reclusione. Se Shelter in inglese significa soprattutto “riparo, protezione”, Giovenale sfrutta il doppio senso italiano di “ricovero” per raccontare “una serie di spazi o reclusori” che sono sia i luoghi reali e chiusi che la sua poesia fotografa ( una casa abbandonata, il manicomio, la clinica…) sia le sezioni in cui a stessa raccolta si articola. Scorrendola, il lettore si trova proiettato in una sorta di incubo nel quale la stanza dove si arriva è la stessa da cui si è partiti. Le microsezioni, infatti, si intitolano tutte clinica 1, e nessuna narrazione le collega in un plot . Anzi, l’autore ha a cuore solo “le vicende puntiformi” dei soggetti “prigionieri e battuti e illusi” che lampeggiano nei versi o che riversano nella pagina brandelli di discorso diretto. La scrittura di Giovenale svuota programmaticamente “il troppo-pieno del senso, della dichiarazione, della situazione netta spiegata descritta stagliata”, sia disarticolando o sospendendo la sintassi; sia provocando accostamenti inattesi che sgretolano il discorso, rendendo “un flusso stabilmente interrotto”. L’ambiguitas annidata nel titolo, che più di un critico ha individuato come cifra stilistica dell’autore, alona persino le evidenze della logica, della non-contraddizione (“Sono reali . Non solo reali. Sono reali. Una due)”: “dopo poche ora sono passate sono passate molte ore”), mentre a volte basta un minimo slittamento del significante per provocare una slavina di senso (“Gloria – di storia, scoria, rimane rima”). Anche la prosa che costituisce la sezione II (solutus) , fatta di monconi isolati di dialogo, partecipa di questa ambiguità: il testo è sì “sciolto” da rima e versificazione, ma anche da un senso capitalizzabile, pacificante. “Il signor W.” E “R”, personaggi cifrati, restano fantasmi imprendibili e inquietanti. ……………………………………………………..