Recensione
Francesco Gaeta, Il Sole 24 ore, 08/01/2011

Italia unita dalla fabbrica

Funzionava in questo modo: acquisto del terreno fondamenta e cantina scavate di notte, primo piano tirato su alla domenica con compagni di lavoro o figli,se c’erano. Poi l’arrivo della moglie dal paese e l’allaccio di luce e acqua. Sono nate così le "coree", i quartieri ghetto figliati ai margini di Milano e Torino dalla famedi benessere de meridionali. Erano gli anni Cinquanta. L’Italia scopriva il frigo,la500,la tv .Sognava in bianco e nero sulle note del Musichiere. E su quella colonna sonora sulle orme di Rocco e i suoifratelli, un pezzo d’Italia si spostava in silenzio da Sud a Nord. Il paese usciva dalla secolare glaciazione contadina. Si apriva unfuturo industriale.Soprattutto:si facevano gli italiani. Qualcuno a quel tempo osservò la grande migrazione industrialee ne annotò tempi emetodi. Milano Corea di FrancoAlasia e Danilo Montaldi,appena ripubblicato da Donzellia cinquant’anni di distanza,dà volti e parole a quelle fiumaneche ingrossarono città e fabbriche, riempirono di corpie sudore il miracolo italiano. Come L’integrazione dell'immigrato nella società industriale,di Francesco Alberoni (1959).O Terroni in Città di Francesco Compagna (1959). L’immigrazione meridionale a Torino di Goffredo Fofi, rimandatoin libreria un anno fa. Studi di frontiera: accoppiavano storiedi vita e statistica, primipiani e carrellate. Creavanoun genere nuovo: il raccontodelle persone calate in nuovi stampi, le catene di montaggio e le"fabbrichette" del triangolo industriale. Colpiscono innanzitutto le date. A cavallo del centenario dall’Unità, nello smottamentosommesso e possente dell’Italiadelle valigie di cartone, si compiva davvero la «rivoluzione tradita» che Gramsci avevposto a epigrafe del Risorgimento.L’Italia fatta a metà nel’61, e compattata solo per via militare sul Carso o sul frontegreco albanese, si completava davvero alla Breda o a Mirafiori,alla Falck o nei cantieri Ansaldo. E dividendosi tra apocalitticie integrati, ricercatori distrada – «empirici» li chiamavaqualcuno con supponenza –traducevano il tutto in inchiesta un momento prima che la sociologia entrasse in università e si sclerotizzasse in accademia. Per capire la difficile l’Unità appena raccontata da Mario Martone nel suo Noi credevamoserve risalire ad allora, al Rocco Scotellaro di Contadini del Sud, al Danilo Dolci di Banditia Partinico, o riprendere le annate di Nuovi Argomenti per rileggersi i pezzi di GiovanniCarocci ("Inchiesta alla Fiat")o Ernesto De Martino ("Note di viaggio"). Di tutto questo Milano, Corea è stato l’avvio. Libro anomalo,bicefalo, una prima parte di statistiche e lettura sociologica, e una seconda di storie di vita. Sinfonia in due tempi,distinti come i percorsi dei due autori,un sociologo e un operaio della Breda. Alasia, che avevaimparato l’italiano alla scuola serale di Sesto San Giovanni di Danilo Dolci, le coree milanesi le ha girate tutte. Annotava, sbobinava e lasciava gli erroi sui congiuntivi. Ci sono i cento dialetti in quegli appunti. E il felice corto circuito tra ricerca e inchiesta. «La sociologia in cui eravamo immersi – racconta Bruni Manghi,allora giovane allievo di Francesco Alberoni alla Cattolica di Milano– era quella americana della scuola di Chicago: intrisa di vita. E quel libro fu una rivelazione: era ricerca perché dava i numeri utili a capire come stava in piedi quella società;era inchiesta perché incontrava persone in carne ossa, ed evidenziava fratture e criticità dello sviluppo». Genere ibrido, letteratura civile, come più tardi sarà il Gomorra di Roberto Saviano. Come a quel tempo fu il libro di Fofi che Alain Touraine definì «buona sociologia romantica» .E l’autore«prese quasi come un insulto». Per raccontare l’Italia che si univa nella fabbrica, Fofi scelse di navigare al largo dalle storie di vita alla Alasia, per tenersi lontano dalle sirene estetizzanti in agguato. E prese la via dell’inchiesta.«Idealizzavamo la fabbrica come motore di progresso,e c’era in noi l’ottimismo dell’età dell’oro», ricorda. Torino, per usare una espressione di Manghi, attuò malgrado tutto «il miracolo di Gianduia». Accolse le fiumane, integrò,fece rete. Resse. Fu allora, tra ’48 e ’69, racconta Fofi, che l’Italia si fece davvero. «Il voto alle donne, la scuola per tutti, l’università che si apriva» erano il Risorgimento che trovava attuazione. «Fino al ’69, quando l’avanzata della fabbrica sembrò toccare il punto più alto e non capimmo subito che era anche il punto da cui saremmo caduti». Cosa resta di quelle inchieste di allora? Perché ripubblicarle (alcune) a 150 anni dalla Unità? Facile rispondere che la questione meridionale è sempre più questione nazionale. Mentre dalla Torino di Marchionne arrivano segnali che un altro smottamento è iniziato, verso un altrove non ancorachiaro. Di certo resta che la migrazione costruì il paese, fece quel po’ di unità che ancora resiste. E ci fu qualcuno che seppe raccontarlo.