Recensione
Raffaella Faggionato, L'Indice, 01/12/2010

Anatema sull'artista moderno

Un saggio di estetica che demolisce la veridicità di ogni opera estetica e getta l’anatema sull’arte moderna, da Beethoven a Wagner, da Baudelaire a Verlaine, per salvare solo l’Iliade e l’Odissea, la Bibbia e i Veda. Questo sembra essere, di primo acchitto , Che cos’è l’arte di Lev Tolstoj. La chiusura semplificante e riduttiva nei confronti di ogni forma artistica che non si riduca ai criteri di comprensibilità e chiarezza immediata per il “ popolo” può respingere il lettore di oggi e apparirgli una sorta di anticipazione della scomunica di un’arte borghese e degenerata pronunciata mezzo secolo dopo dai teorici del realismo socialista. Qual è il senso e l’attualità della riproposta in edizione italiana di questo paradossale trattato? Eppure quest’ edizione riempie un vuoto nella percezione dell’opera del grande scrittore russo, la cui produzione saggistica è stata troppo a lungo ignorata in Italia (se si escludono gli studi e le traduzioni curate da Pier Cesare Bori negli anni novanta), e abbatte in modo definitivo, se ancora ce ne fosse bisogno, il vecchi luogo comune, impostosi già tra i contemporanei di Tolstoj, che tendeva a separare il romanziere di genio dal cattivo filosofo. I queste pagine, che contengono tutte le mai risolte contraddizioni dello scrittore, si fa evidente la sostanziale inscindibilità tra pensiero e immaginazione artistica, la continuità e unità organica del percorso creativo e intellettuale tolstojano, tanto sul piano dei contenuti che degli artifici formali: la descrizione demolitrice e caustica che Tolstoj fa dell’allestimento di un’opera lirica wagneriana è frutto dello stesso sguardo potentemente straniante da cui nascono le sue pagine immortali della battaglia di Borodino. L’acredine con cui Tolstoj si scaglia contro gran parte dell’arte del suo tempo , in una condanna che coinvolge impietosamente i suoi stessi romanzi, va letta e interpretata alla luce della battaglia che lo scrittore sta conducendo contro la cultura della modernità, colpevole di aver reciso le radici religiose dell’arte e della scienza. La rivolta, istintiva e viscerale, contro la civiltà della frammentazione lo accomunava a un ricco filone del pensiero russo sette-ottocentesco che aveva preso le mosse dalla critica alla regione cartesiana. Se la pars destruens del trattato ve inserita e compresa in questo più ampio contesto, la pars costruens contiene d’altro lato intuizioni di un’apertura sbalorditiva , come rivela l’illuminante saggio di Pietro Montani , che introduce l’opera. Nella concezione tolstojana, l’arte realizza una sorta di “dionisiaco spiritualizzato” , secondo la bella definizione data da Montani, che attraverso il contagio dei sensi parla dell’anima e al suo sostrato religioso, ampliandone le potenzialità espressive. L’edizione Donzelli è arricchita da un denso apparato di note curato da Filippo Frassati, autore anche della buona traduzione; vi sono individuate in modo puntuale le fonti utilizzate da Tolstoj (lavoro ingrato , come sa chiunque si sia cimentato in traduzioni di opere di filosofi russi dell’Ottocento) e sono riportate indicazioni bibliografiche , citazioni da lettere e diari che aiutano a contestualizzare l’opera . Se un appunto si può fare : data la complessa storia della genesi e della pubblicazione di questo come di molti altri lavori di Tolstoj, che era solito rimettervi mano per anni, non sarebbe stata superflua l’indicazione dell’edizione originale da cui è stata eseguita la traduzione.