Recensione
Emiliano Morreale, Il sole 24 ore /Domenica, 19/12/2010

Non chiamatela bella bambina

Nel romanzo “Lo spazio sfinito” di Tommaso Pincio, appena ristampato da Minimum Fax, si immagina che Marylin Monroe sia una giovane commessa di libreria, mentre Norma Jean Baker (vero nome dell’attrice) è una diva, vessata dal marito che progetta spaziali per la Coca Cola. In questi anni Cinquanta paralleli, le libertà sono intercambiabili , e la storia è solo favola. Marylin, dunque, ormai è solo un simulacro femminile, un mito di massa? Anche l’attrazione morbosa per il privato dell’attrice, a ben vedere, non contraddice questa mitizzazione, anzi. L’infanzia maltrattata, la gavetta a Hollywood, l’insicurezza e il desiderio di ruoli adulti, il matrimonio con Arthur Miller e il suicidio a 36 anni: elementi allettanti per i media , pronti a costruire una narrazione esemplare e stereotipa. Ma la figura e il destino di Marylin Monroe hanno qualcosa di più. E’ qualcosa di più Marylin attrice, grande interprete brillante con l’autoironia e la consapevolezza di un cinema americano ormai adulto. Ed è molto di più il personaggio Marylin. La sua scomparsa nel 1962 ebbe un valore epocale e – come cantò in Italia Pasolini nel documentario La rabbia, storicizzandone il fascino – “del mondo antico e del mondo futuro era rimasta solo la bellezza. (…) Il mondo l’ha insegnata , e così la tua bellezza non fu più bellezza.” Ma la persistenza del mito di Marylin non si esaurisce qui. A riproporne il mistero arriva ora uno strano oggetto editoriale intitolato Fragments (Feltrinelli), che ordina il contenuto di un paio di scatoloni lasciati da Marylin a Lee Strasberg, suo maestro di recitazione: appunti (il primo è del 1943), poesie, lettere, la lettura del “lato umano”, a sorpresa, riesce a far saltare la riduzione a icona. La voce della vera Marylin, il disordine e la tensione dei suoi fogli, riescono a trasmettere qualcosa di autentico al di là di ogni morbosità. Marylin fu una donna che si trovò incastrata tra due epoche, costretta a specchiarsi nello sguardo dei maschi, quello dei singoli spettatori o quello istituzionalizzato dell’industria del cinema. Certo, si può sorridere delle sue ingenue ambizioni di emancipazione culturale ( credo nessun’altra attrice si sia fatta fotografare così spesso con un libro in mano). Ma intanto “l’oca bionda” , al culmine della carriera, lanciò la sua sfida al sistema, fuggendo a New-York in incognito, bruna e sotto pseudonimo, per aprire una propria casa di produzione sognando di interpretare la Grusenka dei Fratelli Karamazov e incontrando poi la psicanalisi e l’Actor’s Studio. E nella sua autobiografia incompiuta, anch’essa appena uscita (La mia storia, Donzelli) si ritrova una vena impietosa e ironica, grazie anche al “ghost writer” Ben Hecht, grande sceneggiatore . Oggi , a colpire sono anche la tenacia e la dignità della donna Marylin Monroe. ……………………………….