Recensione
c.ri., Alias, 13/11/2010

Compleanno glicine e tristezza

Quando nella narrativa di Faulkner si diffonde profumo di “wistaria”, è segno che qualcosa di speciale sta agendo nell’atmosfera sempre gravida di storia del vecchi Sud. Anche in “L’albero dei desideri” l’unica fiaba che Faulkner abbia scritto, ora in una nuova traduzione italiana di Luca Scarlini e con le illustrazioni color “glicine”, appunto – del brasiliano Eloar Guazzelli, è “una soffice nebbia grigia che sapeva di glicine” a introdurre un’avventura che, pur satura di magia, resta ancorata alla realtà locale: con memorie di Guerra civile e inflessioni dialettali in bianco e nero (più evidenti in inglese), cui si aggiunge una straordinaria sorpresa finale. Siamo nel 1927 ed è la mattina dell’ottavo compleanno di Dulcie, alias Victoria, la figlia di prime nozze di Estelle, la donna che Faulkner si accingeva a sposare. Pubblicato postumo nel 1967, “L’albero dei desideri” è un regalo di compleanno, ma velato di mestizia:”ho visto musiche, sentito /campane gravi e immobili, l’aria / ha verità da foglia novella e uccellino.// Tutto questo scomparirà:così è / e deve essere: e tu, / non piangere mai / nemmeno nei sogni, / resta sempre bella e giovane”. Un augurio di tono moraleggiante per la figlioccia, che Faulkner, allora già autore di due romanzi, forse sentiva di dover proteggere dal destino rovinoso che andava immaginando per alcune su giovani eroine: Caddy (Candace ) Compson dell’Urlo e il furore, e Temple Drake di Santuario. A Dulcie invece si dà l’opportunità di imparare per tempo le regole del gioco. Quella mattina, in compagnia di del misterioso Maurice e di una variegata comitiva, si mette in cammino alla ricerca dell’albero dei desideri. Tutto è possibile con Maurice al fianco, perché nella sua valigetta alla Mary Poppins è contenuto in miniatura il mondo delle infinite meraviglie: basta pronunciare una parola e Maurice saprà trasformarla nell’oggetto desiderato. Un’impresa facile, dunque, quella di Dulcie e degli altri, se solo non si abusasse di certi poteri. Ci sono, infatti, desideri e desideri, e non tutti spianano la strada verso la felicità. A dirlo alla fine di un viaggio animato dagli incidenti più incredibili, un po’ alla Lewis Carroll a Mago di Oz, è un vecchio signore che appare sul tragitto dei pellegrini simile a un albero rigoglioso di foglie variopinte e cinguettanti. E’ San Francesco, trasferitosi magicamente nei boschi del Mississippi, in attesa dei piccoli figli del nuovo Sud, disposti a prendersi cura dei suoi uccellini:”Gli darete da mangiare – dice – e ne avrete cura, e non esprimerete desideri egoisti, perché chi cura e protegge le creature indifese non può avere desideri egoisti”. Riattraversata la cortina di nebbia dal sapore di glicine, Dulcie si risveglia nel sonno per salutare la “bella” mamma ( un omaggio dello sposo) e ricevere un regalo inaspettato: un uccello azzurro, forse lo stesso uccello della “felicità”, immortalato da Maurice Maeterlinck, ma con un tocco di quella virus francescana che Faulkner non perderà mai di vista nelle opere a venire.