Recensione
Eugenio Di Rienzo, Corriere della Sera, 18/10/2010

Roma, la capitale che divise l'Italia

Nell’intervento parlamentare del 25 marzo 1861, ora raccolto nel volume Discorsi per Roma capitale (Donzelli, pp. 107, € 15), Cavour, interrogandosi «sul diritto e sul dovere di insistere affinché Roma fosse riunita all’Italia», tagliava di netto la questione, sostenendo che «senza Roma, capitale d’Italia, l’Italia non si può costituire». Il fragore degli applausi, che accolse quella dichiarazione, nascose il fatto che non tutti gli artefici del moto risorgimentale erano favorevoli a quella soluzione. Massimo d’Azeglio, ad esempio, solo giorni prima, aveva negato ogni rapporto di continuità tra l’antica Roma, cuore di un Impero corrotto e parassitario, e la nuova Italia che trovava il suo punto di forza nell’«onestà dell’amministrazione, l’indipendenza dei partiti, la libera iniziativa dei singoli».

La decisione di fare dell’Urbe il centro politico del nostro organismo unitario non rappresentò, infatti, una scelta condivisa. Il problema di Roma capitale mise a nudo, al contrario, le divisioni e i risentimenti regionalistici della Penisola. Da una parte, pubblicisti e uomini politici meridionali vedevano nell’abbandono di Torino il modo di evitare il perpetuarsi dell’egemonia piemontese. Dall’altra, i loro omologhi settentrionali scorgevano con preoccupazione il tramonto del predominio subalpino. Persuasi che il Mezzogiorno fosse privo della preparazione culturale e della tempra morale, necessarie a fornire una classe dirigente nazionale, essi cominciarono a richiedere un largo decentramento amministrativo.

Tra 1861 e 1870, con il ritirarsi delle migliori energie umane dell’area padana dalle carriere statali, per rivolgersi verso le attività imprenditoriali, iniziava lo storico dissidio tra paese produttore e paese improduttivo, tra paese reale e paese burocratico. Si accentuava la frattura tra un Nord, sempre pronto a rivendicare il suo primato economico e un Sud, accusato di costituire una sacca infruttifera, che, a sua volta, replicava di dover sopportare, con gli scarsi proventi della sua agricoltura, il peso della protezione accordata dal governo centrale alle industrie e ai traffici della Lombardia, del Piemonte, della Liguria. La capitale d’Italia diveniva così per Carducci la «nuova Bisanzio», in attesa di essere ribattezzata «Roma ladrona».