Recensione
Pietro Citati, La Repubblica, 11/12/2010

Balli e divertimento, ecco Jane Austen scrittrice - bambina

Jane Austen era una “brunetta” luminosa, dal vivace colorito e con vivaci occhi bruni. Forse una volta, per gioco, disse che il suo vero nome era Diana: casta, fredda e pungente come Diana, e come lei innamorata della nitida luce lunare. La mattina presto, quando tutti erano ancora chiusi nelle loro stanze, faceva i suoi esercizi al piano: non aveva, a quanto sembra, né gusto né talento musicale , e non sapeva che molto lontano, in Austria, un vecchio musicista componeva quartetti e concerti che assomigliavano ai suoi romanzi. Dopo colazione , cominciava a scrivere. Stava seduta davanti a una piccola scrivania di mogano, in una stanza di passaggio; ogni volta che la porta scricchiolava annunciando l’arrivo di una domestica o della sorella o di una nipote, nascondeva il foglio pieno di caratteri chiari nel cassetto o sotto la carta assorbente. Avrebbe potuto avere, credo, “una stanza tutta per sé”: ma forse voleva scrivere, come molti scrittori che ho conosciuto, nella stanza di passaggio, proprio perché la porta scricchiolava, passavano la domestica e il nipote, si percepivano i suoni e gli odori, e lei non si sentiva esclusa dal cuore dell’esistenza. Quando era tempo di uscire, le donne di casa andavano a fare acquisti nel paese vicino – mancava il tè o lo zucchero, o bisognava pensare ai regali per un matrimonio - ; o passeggiavano per i sentieri e i boschi. La cena avveniva molto presto , tra le tre e le quattro. Infine cominciava la lunga serata, durante la quale qualcuno leggeva un libro a voce alta (talvolta un libro di Jane). Oppure si giocava a carte , sciangai, indovinelli o enigmi: e si conversava a lungo, interrompendo la lettura e il gioco. Non c’era molto altro. C’erano, certo, i vestiti: “Mi sono fatta fare il vestito nuovo, una tunica bianca tipo cotta davvero superba: un “abito a ruota, con una giacchetta e il davanti a doppio petto, aperto di lato, e una trina della stessa stoffa, e le maniche semplici”. C’erano soprattutto i cappelli, per i quali la giovane Jane Austen aveva una passione travolgente: cappellini di velluto nero , nastri color argento, pennacchi color papavero (molto più eleganti delle nere piume militari); cappellini di paglia, di mussolina di cambri, striscioline di velluto nero intorno alla testa ; cappelli “ di satin e merletto bianco con un fiorellino pure bianco che spunta dietro l’orecchi sinistro”. Poi c’erano i fiori che rallegravano il cuore della giovane Diana: peonie, garofanini, aquilegie, lillà. C’erano le torte di mele, che sono “una considerevole parte della nostra felicità domestica”. C’era un giovane innamorato, con una giacca troppo chiara, che imitava quella del giovane e ardente Tom Jones: il quale, probabilmente, una mattina di gennaio del 1796 si dichiarò a Jane ventunenne. C’erano, infine, moltissimi balli. Lì, tutta la piccola società di Steventon, o quella più grande di Bath, si raccoglieva: forse non contavano tanto il corteggiamento e le parole inebriate, quanto il fatto che quella società diversa si raccoglieva , per una volta, sotto lo sguardo nitido di Jane che la fissava e la contemplava.

Aveva cominciato prestissimo a scrivere : scrivere era, per lei , l’unico modo per respirare, camminare, apparire, giocare, parlare. Il mondo non le offriva nulla più incantevole del gesto della mano che scorre sulla carta senza arrestarsi. Quando compose Jack&Alice (Jack&Alice, Ozi e vizi di Pammydiddle, traduzione di Bianca Lazzaro, disegni di Andrea Joseph, Donzelli, pagg.74) non aveva ancora quindici anni. Ma non c’era in lei nemmeno una traccia di immaginazione o di ingenuità infantile. Non era una ragazza che siede nel suo angoletto, prendendosi gioco dei “Grandi”. Conosceva il mondo, comprendeva le sue leggi , e non aveva bisogno di descrivere con minuzia meticolosa (come farà poi) la società di Pammydiddle – un villaggio qualsiasi della campagna inglese. Le bastava qualche nome o qualche “maschera”: Mister Johnson, Lady Williams, Charles Adams, le signorine Simpson, Alice Johnson, e la signora Watkins colle guance coloratissime. La meravigliosa e pestilenziale quattordicenne faceva muovere leggermente e rapidamente sui fogli e i personaggi della sua Mascherata, le lievi maiuscole della sua Farsa. Tutto era festoso, parodistico, astratto. Sovente le lady o le ragazze bevevano vinello : diventavano ubriache fradice, penetravano in un altro Racconto, si dicevano feroci insolenze, uccidevano, venivano issate sul patibolo, oppure entravano col cappello fiorito nel mare dell’irrealtà. Il loro linguaggio era pieno di insensatezze, anzi era solo insensatezza e assurdo. Nessuno può dubitare che, nel corso della sua esistenza quotidiana, Jane Austen rispettasse Dio, la famiglia, la società e il mondo. Ma appena sedeva alla scrivania, avveniva in lei una specie di rivoluzione. Di tutto ciò che esiste, non si salvava, ai suoi occhi, la minima apparenza. La piccola, terrificante nichilista impugnava la penna, e le cose venivano portate all’assurdo, il reale giocava con l’irreale. La Mascherata si scioglieva in una nuvola nutrita soltanto di Nulla. Qualche anno dopo, Jane Austen cambiò sguardo, accettò senza riserve le forme e le costruzioni della realtà, come fosse stata una pietra di Chawton o di Bath, o un semplice elemento della sua famiglia (tra la domestica e il gatto). Così, nei grandi romanzi della maturità, la Austen amò i luoghi comuni, le fissazioni, le istituzioni: tutto ciò che si ripete nella vita quotidiana, persino le interminabili chiacchiere di Mrs Jennings o di Miss Bates. A volte, era una giudice spietata. Ma presto il suo sguardo tornava tollerante, il mondo le sembrava divertentissimo: non valeva la pena giudicarlo; e lo raccontava con un’allegria scintillante, con un sempre rinnovato piacere di scrivere, con una gioia che oltrepassava la cosa narrata. Il qui le bastava : non provava nessuna nostalgia di altri mondi. C’è un luogo, in Emma, dove la Austen si confessò per sempre. In un negozio, Emma attende che un’amica faccia acquisti: il tempo passa, lei si annoia e si affaccia alla porta: Mr. Perry cammina in fretta, Mr. William Fox entra nel suo ufficio, uno sporadico fattorino postale passa sul mulo, e poi c’è un macellaio col suo tagliere, una vecchietta col cestino pieno, due cani che si litigano un lurido osso….Sono povere cose: non c’è quasi nulla da vedere, come c’è pochissimo da vedere nel villaggio normanno dove abita un’altra Emma, Madame Bovary. Ma quale differenza! La ripetizione incessante della vita provinciale non desta , in Madame Bovary, che irritazione e noia. Con la sua mente luminosa, Emma è felice dello spettacolo quotidiano : non desidera altro: accetta totalmente, con amore e ironia, ciò che la vita le offre; ogni oggetto è, per lei (non è fuori luogo il vocabolo caro a Joyce) un’epifania. “Una mente vivace e tranquilla – commenta meravigliosamente la Austen – non vede nulla che non le piaccia; e può essere soddisfatta anche senza vedere nulla”.