Recensione
Elena Loewenthal, La Stampa, 11/12/2010

La Genesi di Chagall così sensuale e crudele

Non si può non immaginare così. Con quei colori vivi eppure ancora incerti, i confini blandi di un mondo nuovo tutto da scoprire. Il Paradiso, o meglio il Gran Eden, “giardino di delizia” come è detto nell’ebraico del testo originale, doveva essere proprio come ce lo regala Marc Chagall: Il Paradiso a colori, fiori e macchie di verde e volti un po’ smarriti dentro le tinte di una natura appena nata. Il tema biblico affascina il pittore sin dall’inizio degli anni trenta, quando si reca apposta in Terra Promessa, come a saggiare la luce e la consistenza di quel paesaggio dove tutto comincia. Come tanto, purtroppo, il suo cimento con il testo sacro ha per spartiacque la guerra, la fuga, l’orrore nazista: tra il 1931 e il 39 ci sono 65 acqueforti. Poi c’è la corsa oltreoceano, verso New-York. Il suo lavoro riprende con grandezza d’ispirazione nel 1952: il risultato saranno le 105 tavole bibliche e le 17 strabilianti enormi tele ora esposte al museo nazionale del Messaggio Biblico di Chagall, a Nizza. E ora, molto del materiale relativo al libro della Genesi, viene proposto dall’editore Donzelli al lettore italiano accanto al testo stesso, con un introduzione di Siegmund Ginzberg. E’ proprio vero che c’è qui una polifonia che tutto avvolge: colori, tratti, emozioni destate dalle scene, persino il sorriso dell’artista che qua e là fa capolino, se non direttamente certo per simpatetica allusione. Sono immagini splendide, sia quando si trovano sospese tra cielo e terra come capita spesso alle figure chagalliane, sia quando hanno i piedi e il cuore ben piantatati per terra, come quando, ad esempio, Abramo si trova a circoncidere suo figlio Isacco. Quella di Chagall è una Bibbia sfuggente e sensuale, crudele e amorevole – più che mai nella Genesi, dove tutto comincia. Lui l’ha dipinta leggendola non nell’ebraico originale, col quale non aveva troppa confidenza, ma nello yiddish ch’era la sua mameloshen , la “lingua mamma” degli affetti e del calore domestico, ma soprattutto di una nostalgia inguaribile per quell’allora che non tornerà mai più.