Recensione
Alberto Toni, Avanti, 04/11/2010

"Il suicidio del socialismo"

Che rapporto può esserci tra un quadro famoso, il suicidio del suo autore e la fine o l’implosione di un pensiero politico? Se lo chiede Massimo Onofri nel libro “Il suicidio del socialismo. Inchiesta su Pellizza da Volpedo” (Donzelli, 152 pagine, 19 euro). Il libro di Onofri tenta un’analisi estetico-politica: la tesi è questa: “Ecco: famiglia versus società; compostezza e autocontrollo politico versus spontanea auto distruttività della folla; trionfalismo delle magnifiche sorti e progressive versus fatalismo e senso quasi metafisico di sconfitta”. A un’analisi attenta dei dati biografici presenti nell’opera di Pellizza, la morte della moglie, icona poi rappresentata in prima fila “nelle vesti della popolana che tiene orgogliosamente in braccio il suo bimbo”, l’idea poi di una fiumana-gregge che marcia ignara della propria sconfitta, tutto fa pensare a un destino tutt’altro che edificante. Come a dire, dietro l’immagine a lungo glorificata di una massa in marcia verso un avvenire migliore, si celano i semi di un tramonto, di un declino già scritto. L’azzardo di Onofri consiste proprio in questo: estrapolare da un quadro e dalla sua storia, intendo dalla storia degli antecedenti, un inconscio presagio. Inconscio, ma reale, perché Pellizza da Volpedo morirà davvero poco dopo la realizzazione del “Quarto Stato” e il socialismo italiano davvero imploderà sotto la spinta di un processo non soltanto giudiziario. Siamo però sicuri che le cose stanno davvero così? Se è vero che i personaggi del “Quarto Stato” tornano come incubo persecutorio nel sogno di Vito Gamberale, arrestato e detenuto con l’accusa di abuso d’ufficio e tentata concussione nel carcere di Poggioreale per centoventicinque giorni e poi assolto per non aver commesso il fatto, è altrettanto vero che quelle stesse immagini, per Onofri così foriere di autodistruzione, non smettono di esercitare stimolo per un dibattito. Un “Quarto Stato” fenice che risorge? Sono venute meno forse le “magnifiche sorti e progressive”. Ciò non toglie che le ragioni del socialismo, inteso come idea di progresso e di emancipazione, mantengono a tutt’oggi forza propulsiva. Ma è tutta da riformulare.