Recensione
Matteo Fantuzzi, La voce di Romagna, 04/10/2010

Poesia come rifugio

Poesia come rifugio dell’uomo, approdo sicuro dove potere inserire tutte le priorità e al tempo stesso tutte le debolezze. Così Marco Giovenale, romano classe 1969 esce per una casa editrice storica e prestigiosa come Donzelli a sancire un percorso che negli ultimi dieci anni ne ha fatto una delle punte della parte più innovativa della scena della capitale. Di questo libro rimane impresso fin da subito l’intreccio, anche formale e sonoro una delle impronte di Giovenale che riesce proprio attraverso il ritmo a creare un passo che prosegue nelle opere, anche nei passaggi più irti e meno discorsivi frutto di costruzioni a volte molto complicate ma che riescono comunque sempre anche nella mancata linearità a ritrovare un filo, un percorso. Così vengono meno come accade altrove le strutture, le brutture e anche alcune cacofonie,qui al contrario rimane sempre evidente un ruolo che è quello sostanzialmente di delimitare gli spazi . di comprendere persone e dinamiche anche di fronte agli eventi come avviene davanti agli affreschi sociali inseriti nelle “cliniche” descritte nelle varie parti del libro. Per il resto continuano temi cari a questo autore che nonostante i 40 anni vanta già diverse pubblicazioni alle spalle con riconoscimenti anche importanti: rimangono gli oggetti come specchio descrittivo dei loro proprietari ad esempio, una delle caratteristiche dei coetanei di questo autore, rimangono le linee che si spezzano e si ricuciono come in un grande filo che cerca di dipanarsi. Forse però in questo libro più che negli altri dell’autore emerge in maniera visibile il senso di inadeguatezza dell’uomo nei confronti della società, e al tempo stesso il senso di vuoto, di paura, di non conformità del poeta e in generale di chi porta con sé un moto di espressione e di difformità nei confronti della massa. Così l’unico rifugio diventa il foglio e più in generale il dire, il fare, lo scrivere, l’esserci insomma in un mondo che vorrebbe che tutti fossero latenti, tutti masse informi e silenziose, pronte per esser plasmate o confinate dentro a recinti. Come pecore.