Recensione
Massimo L. Salvadori, La Repubblica, 08/11/2010

Cavour a Pio IX "Niente crociate"

Il 10 agosto di quest'anno è caduto il bicentenario della nascita di Cavour, che - nonostante tutte le distrazioni che il nostro paese, in preda ad crisi di identità e tanto occupato a seguire le squallide vicende del primo ministro e di chi lo circonda, ha verso la sua storia e in particolare il Centocinquantesimo dell'unità d'Italia - è stato degnamente ricordato e celebrato dal Capo dello Stato, in importanti convegni e con la pubblicazione di libri, tra i quali voglio qui menzionare due titoli. Il primo: Camillo Benso di Cavour. Autoritratto. Lettere, diari, scritti e discorsi, a cura di Adriano Viarengo, con prefazione di Giuseppe Galasso (BUR, pagg. XLIX-757, euro 16); il secondo Camillo Cavour, Discorsi per Roma capitale, con introduzione di Pietro Scoppola (Donzelli, pagg. 110, euro 15). Viarengo, che poco prima aveva pubblicato presso la Salerno una bella biografia di Cavour, con l' Autoritratto ha offerto al largo pubblico uno strumento davvero utile per conoscere a tutto tondo colui che più di ogni altro ha impresso la sua orma sull'Italia unita quale uscita dal Risorgimento e dalla vittoria del partito liberale monarchico su quello democratico e repubblicano di Mazzini, Garibaldi e Cattaneo. Vorrei subito segnalare un aspetto dell'antologia apprestata da Viarengo, che è di dedicare lo spazio dovuto sia al Cavour imprenditore, pubblicista, politicoe uomo di governo, sia all'uomo, alle sue relazioni familiari, alle sue amicizie e avversioni umane e, last but not least, ai suoi amori, che furono non pochi e alcuni assai passionali. È certo nulla più di un luogo comune dire che Cavour, la cui personalità complessiva Viarengo e Galasso presentano efficacemente, è stato un grand'uomo. Ma sia dato osservare che seguirne l'intera e multiforme vicenda in questa denso e ricco Autoritratto consente, bando alla retorica, di rendersi conto di quanto grande in effetti egli sia stato. Fu insieme un idealista e un realista, un uomo di pensiero - tutto versato sul campo delle questioni sociali, economiche e politiche - e un uomo d'azione: capace di dominare governo e parlamento, abile, determinato e, quando lo ritenesse necessario, anche di pochi scrupoli per conseguire i propri scopi. Pare che non fosse un Demostene nel pronunciare i suoi discorsi, eppure essi risultano a leggerli vigorosi e, in tanti momenti, ricchi di pathos. E così i saggi, le numerosissime lettere, le note di diario cui sono consegnati molti privati intimi pensieri. Nell'ultimo decennio della sua breve vita (1810-1861) veramente consumò la sua fibra prima al servizio del Piemonte e poi per pochi mesi dell'Italia unita. Cresciuto nell'ideale della libertà, nella fede in un progresso identificato con il liberalismo conservatore e il riformismo (il "giusto mezzo") e il liberismo in economia, combatté in maniera intransigente quelli che chiamava i "rossi" e i "neri" del suo tempo (i democratici repubblicani e i clericali), mostrando in particolare un'implacabile e persino ingenerosa ostilità, venendone del tutto ripagato, verso il suo maggiore avversario: Mazzini. Ben presto si infiammò per l'ideale dell'indipendenza d'Italia dallo straniero, solo tardi perseguì lo scopo della sua unità dopo l'iniziativa dei Mille nel Mezzogiornoe morì travagliato dai difficili problemi posti dall'unificazione dell'intera penisola. I memorabili Discorsi per Roma capitale, pronunciati in Parlamento tra il marzo e l'aprile 1861 furono il suo canto del cigno. Vi illustrò le ragioni per cui gli italiani non potevano rinunciare a fare della gran città la loro capitale, esortò vanamente Pio IX a non scatenare una crociata contro il nuovo Stato e a comprendere che la Chiesa cattolica avrebbe avuto motivo di rinascita religiosa con la fine del potere temporale e pronunciò la celebre frase: «Noi siamo pronti a proclamare nell'Italia questo gran principio: Libera Chiesa in libero Stato». Fu un importante messaggio lasciato al paese dal laico Cavour, che, ed è un aspetto da ricordare, fin dall'emanazione dello Statuto nel 1848 aveva espresso il suo vivo rammarico per l'articolo primo che, in pieno contrasto con i principi liberali, stabiliva il cattolicesimo «la sola religione dello Stato»