Recensione
Giovanni Belardelli, Corriere della Sera, 15/11/2009

Il malcostume a destra e la virtù a sinistra: non convincono le "due Italie" di Crainz

A ccade a volte che un libro, partendo dalle domande giuste, fornisca poi risposte sostanzialmente sbagliate. È il caso della recente Autobiografia di una Repubblica, in cui Guido Crainz formula appunto una premessa del tutto condivisibile: non è il ricorso a presunte tare del carattere nazionale, ai difetti o ai limiti che caratterizzarono 150 anni fa l' unificazione d' Italia, che può spiegare i problemi di un Paese bloccato, in cui sono carenti i valori condivisi, sembra appannata ogni etica pubblica, si sono diffusi sempre più (al vertice come alla base della società) l' illegalità, la corruzione e ogni genere di comportamento antisociale. Sulla base di questa premessa Crainz invita a cercare le radici dei problemi di oggi nella mancata capacità di governare la grande modernizzazione italiana degli anni ' 50-60; nel fatto, cioè, che il benessere che trasformò in pochissimo tempo l' intera società non fu in alcun modo orientato e guidato dalla politica, favorendo cambiamenti nella cultura e nel costume tali da indurre Pasolini a disperate osservazioni sulla mutazione antropologica degli italiani. Diagnosi certo non infondata, cui si accompagna però l' idea un po' ingenua che, negli anni ' 70, la «diversità comunista» potesse davvero «costituire una risorsa preziosa per il Paese», se solo - lamenta Crainz - non si fosse appannata in conseguenza della strategia berlingueriana del compromesso storico. Ma la sua ricostruzione non convince soprattutto per la inverosimiglianza della tesi di fondo. È infatti evidente che, una volta individuati certi processi degenerativi, certe trasformazioni culturali profonde, appare del tutto ingiustificato considerare che una parte del Paese - secondo Crainz quella che si collocava a sinistra - da quei processi degenerativi potesse conservarsi immune. Su questa via, giungendo alla seconda Repubblica, il libro non fa che riproporre la solita distinzione tra l' Italia corrotta da anni di tv, di benessere, di malcostume diffuso, che ormai non accetta più i valori democratici e vota Berlusconi, e l' Italia di centrosinistra che cerca di reagire a questi processi negativi, anche se con sempre maggiore difficoltà. Il governo Prodi del 1996 rappresentò a giudizio di Crainz l' «occasione irripetibile», e perduta, per contrastare la «mutazione antropologica» del Paese pienamente rivelata dai successi del centrodestra. Ma c' era bisogno di evocare tanti dati e fatti per approdare a quell' idea di una frattura antropologica tra «due Italie» che avvelena da anni il nostro discorso pubblico? C' era bisogno di utilizzare una bibliografia vastissima per interpretare la storia italiana più recente alla luce di una sorta di dipietrismo storiografico?