Recensione
Paolo Grieco, Tempi, 29/09/2010

L'antidoto al male assoluto

Quali sono state le donne che nello scorso secolo hanno dato prova di genialità? Tre, secondo Julia Kristeva che ha dedicato loro una trilogia intitolata Il genio femminile, raccolta in un cofanetto dall’editore Donzelli: Sidonie-Gabrielle Colette, Melanie Klein e Hannah Arendt. Tre libri biografici che ne raccontano la vita accostandola alla loro opera e analizzandola con il rigore intellettuale a cui ci ha abituati l’autrice, scrittrice, psicanalista, e docente di linguistica e semiotica all’università di Parigi. Perché geniali? Colette (1873-1954) – la prima e unica donna nella storia della Repubblica Francese ad aver avuto funerali di Stato – ha saputo trovare «un linguaggio per esprimere una singolare osmosi tra le sue sensazioni, i suoi desideri, le sue angosce. Un linguaggio che trascende la sua presenza di donna nel mondo, vagabonda o condizionata, libera, crudele o sensibile, che racconta la gioia e l’impudicizia di una donna libera». Le sue parole sono gustose, soavi e giungono fragranti nell’animo del lettore. Melanie Klein (1882-1969) è stata la più grande innovatrice della pratica psicoanalitica dopo Freud. «Fu la prima a fare della psicoanalisi un’arte per la capacità di pensare» dando un’impronta che caratterizza la cultura moderna, «la contiguità con la follia e la varietà delle cure grazie alle quali siamo in grado di modularla» e analizzando gli abissi della psiche umana e la pulsione di morte che anima l’uomo dal giorno in cui nasce. Madre di due figli e moglie infelice, entrò in analisi, divenendo lei stessa analista all’età di quarant’anni, senza istruzione superiore, né una laurea in medicina. Hannah Arendt, (1906- 1960) il cui pensiero – pensiamo soprattutto a La banalità del male – riprende temi ancora oggi attuali, ha scommesso su un’azione politica che rispettasse e rivelasse il «miracolo della natività», il bene ultimo dopo il crollo dei valori.

L’avvenimento della vita Non entriamo nel merito delle scelte (altri nomi si potrebbero aggiungere, basterebbe pensare a Simone Weil) e delle valutazioni della Kristeva (la definizione di genialità appare in ogni caso eccessiva se pensiamo a Dante, Shakespeare o Mozart). Si sarebbe dovuto parlare piuttosto di donne che hanno dimostrato uno straordinario talento dando un contributo intellettuale memorabile e, da questo punto di vista, vale la pena di soffermarsi sul pensiero della Arendt, essendo i suoi scritti di filosofia e di politica profondi e ancora attuali. Il tema della vita ha sempre guidato la mente di questa studentessa ebrea di filosofia, dallo sguardo intelligente e triste, allieva a Friburgo di Martin Heidegger – al quale fu legata da una tempestosa relazione sentimentale – e che nel 1933 dovette fuggire dai nazisti, rifugiandosi prima a Parigi, poi, nel 1941, a New York, dove dieci anni dopo ottenne la cittadinanza americana. La Arendt – scrive la Kristeva – ha intonato un inno alla singolarità di ogni nascita, capace d’inaugurare quello che non ha esitato a chiamare “il miracolo della vita”. Proprio l’interrogativo – continua l’autrice – su questo valore fondamentale, attraversa da un capo all’altro tutta la sua opera. Dimostrò inoltre un ammirevole coraggio intellettuale – dato che le critiche furono numerose e pesanti anche da parte ebrea – affermando costantemente, con incrollabile convinzione, che il nazismo e lo stalinismo erano due facce del medesimo orrore – il totalitarismo – per l’indifferenza dimostrata dai regimi dittatoriali per la vita umana. L’uomo del totalitarismo, passato o latente, disprezza e distrugge la vita umana, dopo aver abolito anche il senso della propria. Nel suo libro Le origini del totalitarismo il male radicale è quello che porta a ridurre gli uomini a una “superfluità”, ad annullare il loro pensiero, a distruggere senza scrupoli una parte dell’umanità. Concetto che può essere ripreso tout court per il terrorismo.

Al processo Eichmann Il male diviene inoltre banale come sostenne quando assistette in veste di inviata per il New Yorker, nel 1961, al processo Eichmann, un ex militare tedesco che non faceva parte dell’élite nazista, ma comunque uno dei principali esecutori materiali dell’Olocausto. Promosso ufficiale delle SS nel 1938 fu inviato a Praga l’anno seguente per provvedere alla migrazione forzata degli ebrei nei ghetti. Questa azione fu la vera e propria anticamera dei campi di concentramento. Eichmann fu il coordinatore e il responsabile della macchina della deportazione, requisiva treni e pianificava gli spostamenti in base alla capacità dei lager. Fino alla fine della guerra fu quindi padrone della vita e della morte di centinaia di migliaia di persone. Gli articoli della Arendt suscitarono scandalo per il loro tono ironico e ad alcuni apparvero persino antisemiti, quasi che volesse rimproverare al popolo ebreo di essersi sottomesso passivamente allo sterminio nazista. Non ci addentriamo, per motivi di spazio, su quanto sostenne per controbattere all’accusa, veniamo invece al processo, alla penetrante analisi sulla psicologia dell’imputato. Eichmann la impressionò per la completa incapacità di distinguere il bene dal male. «Quanto più lo si ascoltava, tanto più era evidente che la sua capacità di esprimersi era strettamente legata a un’incapacità di pensare. Si accontentava di frasi fatte, come se citasse un discorso imparato a memoria. Un essere umano privo di pensiero, succube degli ordini dei superiori». La Arendt vide in lui l’essenza della malvagità umana, «la lezione della spaventosa, indicibile e inimmaginabile banalità del male». Bastano questi richiami – pur tra la vasta produzione filosofica e di antropologia politica – a far capire il suo peso morale, ben delineato dalla Kristeva. L’autrice ha “sentito” con affetto il personaggio e ha ricordato a lungo quanto da lei scritto su Agostino, Tommaso, san Paolo e Duns Scoto e sugli Stati Uniti, paese amato e al quale era riconoscente, ma, negli anni Sessanta, criticato con la consueta onestà intellettuale. La Arendt riteneva che il pericolo nelle moderne democrazie, nelle quali la scienza diviene predominante, è che l’essere umano finisca per divenire superfluo, però non ha mai rinunciato a scommettere sul “miracolo della natività”, scrivendo che «l’unica metafora adeguata della vita della mente è la sensazione di essere in vita».