Recensione
Veronica Pesce, L'Indice numero 10, 01/10/2010

Per la verità

Il nome di Carlo Michelstaedter è generalemente legato alla filosofia. In questo saggio tuttavia , Maurizio Pistelli si sofferma sulla produzione poetica, cercando di rivalutarne l’autonomia, spesso subordinata in sede critica all’opra filosofica. Dopo alcuni cenni biografici, dall’ambiente familiare e Goriziano, alla temperie culturale fiorentina dove il poeta trascorse circa un quinquennio (1905-1910), il saggio entra nel vivo dei testi. Il corpus poetico, non destinato alla pubblicazione, è esaminato in un capillare percorso cronologico e biografico, con il fondamentale supporto dell’epistolario. Si snoda pertanto davanti al lettore l’iter della scrittura poetica michestaedteriana a partire dalle prime esercitazioni scolastiche,m che disseminano ingenuamente termini aulici, tessere leopardiane, petrarchesche o carducciane, miste all’anelito superomistico di matrice dannunziana, fino agli esiti più maturi e quasi esistenzialistici con gli ultimi componimenti del 1910. Proprio in quest’ultima fase (“Per ora a bordo non è lavorare” e soprattutto “I figli del mare”) emerge in tutta la sua portata quell’esperienza “ideologico-esistenziale” decisiva che è l’incontro con l’opera di Ibsen. L’analisi tocca diversi aspetti, da quello tematico, in cui si enuclea per esempio il tema del mare con le sue figure simboliche (Itti e Senia), a quello metrico, sempre rivolto, pur nella varietà, alla ricerca ritmica, incalzante e martellante, come nel caso della “beffarda filastrocca” di “Il canto delle crisalidi!”. Prima di riproporre, a chiusura del volume, l’intero corpus poetico (quello fissato da Sergio Campailla) , conclude il saggio un capitolo sui rapporti tra Rebora e Michelstaedter. All’apparente inconciliabilità si contrappongono molte consonanze biografiche e culturali, dalle comuni letture filosofiche alla passione per la musica. I due autori non si incontrarono mai, ma il primo lesse e apprezzò il secondo. Ripercorrendo le coincidenze lessicali e tematiche, già rilevate dalla critica, Pistelli rimarca le differenze linguistiche : da un lato la lingua di Rebora spinta a esiti deformati quasi espressionisti e dall’altro lo stile aforismatico e “guidato da un’esigenza dimostrativo-razionale” di Michelstaedter. E tuttavia lo studioso pare suggerire che le motivazioni più profonde della loro poesia non siano poi tanto distanti , come fu forse la medesima ansia di verità a spingere Carlo Michelstaedter al gesto estremo del suicidio e Clemente Rebora a trovare scampo nella fede.