Recensione
Manuele Bonaccorsi, Left, 22/10/2010

Le città illegali

Sei milioni di persone vivono in aree urbane abusive, un decimo dell'intera popolazione italiana. È il dato calcolato dall'urbanista Paolo Berdini, nel suo recente Breve storia dell'abuso edilizio in Italia, edito da Donzelli. Testo preziosissimo, perché, come nello stile di Berdini (che, ricordiamo è anche collaboratore di left) mescola la vibrante denuncia dell'intellettuale impegnato politicamente all'analisi scientifica, oggettiva, resa inconfutabile dalla forza dei numeri. Del viaggio di Berdini nell'Italia degli abusi convien dunque mettere subito in evidenza il lavoro di scavo sui dati, svolto nella totale assenza di riferimenti statistici ufficiali, a causa della cronica e colpevole carenza degli uffici pubblici, a partire da quelli del ministero delle Infrastrutture, a questo preposti. Incrociando i dati sulle domande di sanatorie con le inchieste di Legambiente e alcuni rapporti più approfonditi sulla situazione della Capitale, l'urbanista è in grado di ricavare dei dati che, se pur non hanno l'ufficialità del rapporto ufficiale, si rivelano perfettamente in grado di dare una dimensione al fenomeno. Sei Le città illegali L'analisi dell'urbanista Paolo Berdini in Breve storia dell'abuso edilizio in Italia. Sei milioni di italiani vivono in edifici non a norma. E le sanatorie non sono servite a nulla. Nemmeno a fare cassa di Manuele Bonaccorsi milioni di abusivi, dicevamo, vivono in 453mi1a edifici illegali costruiti dal 1948 a oggi, sorti al ritmo di 7.341 immobili all'anno, 20 al giorno. Si tratta, però, solo di immobili "completamente abusivi", a cui è necessario aggiungere i cosiddetti abusi minori, riguardanti solo parte di un edificio "regolare". Nelle tre sanatorie edilizie (la prima, quella di Craxi, datata 1985; le altre due "berlusconiane , nel 1994 e nel 2003) le domande di condono presentate sono 4,6 milioni. Gli abusi, secondo un rapporto ministeriale dei 2003, sono concentrati per il 65 per cento in cinque regioni: Sicilia, Calabria, Puglia, Campania e Lazio. Secondo le stime di Berdini, parliamo di 800 milioni di metri cubi irregolari, che occupano 150mila ettari di terreno agricolo. Se tutte le case abusive fossero messe una accanto all'altra coprirebbero uno spazio grande quanto l'intero comune di Roma. Ma il diluvio di cemento che ha *** investito l'Italia non si ferma all'abusivismo. Secondo l'Istat, dal 1995 al 2006 in Italia sono stati costruiti 562mi1a nuovi fabbricati residenziali e 227mi1a capannoni produttivi. Negli ultimi 15 anni il cemento - spiega Berdini con una metafora di sicuro effetto - ha invaso una porzione di territorio grande come l'intera Umbria.

Questo Il quadro, drammatico, tratteggiato da Berdini. Ma ciò che colpisce nel libro dell'urbanista è anche la capacità di interpretare politicamente il fenomeno. In primis spogliandolo da luoghi comuni e giustificazionismi posticci. Il primo dei quali, vecchio di sessant'anni, dice che l'abusivismo nasce "per necessità", è in qualche modo un fenomeno naturale. Con una logica propria anche del pensiero economico neoliberista, che ritiene •il mercato qualcosa che precede e supera istituzioni e società, si sostiene che dell'abusivismo è impossibile fare a meno. Che il fenomeno va quindi sopportato, o al massimo governato tramite condoni e sanatorie. Teoria falsa, per Berdini. «L'abusivismo di necessità - spiega l'urbanista - è finito negli anni Settanta». Da allora esiste solo l'abusivismo dei rentier, dei palazzinari, che con la complicità della politica si muovono nel dispregio di regole che nessuno, colpevolmente, fa rispettare. Le Terrazze del presidente di Domenico Bonifaci, costruttore e proprietario del quotidiano Il Tempo, vengono sanate grazie a un cavillo introdotto all'ultimo minuto, nella conversione parlamentare del condono del 1994: 283mila metri cubi, regolarizzati con 1.300 domande di condono, dato che le legge, per escludere fintamente i grandi proprietari dalla sanatoria, fissava in 750 metri quadri il limite per «ogni singola richiesta». Norme stringenti, a una prima lettura, ma facilmente aggirabili dai tanti furbetti nostrani che riescono a muoversi nei gangli della legge e di una politica complice.

Secondo luogo comune da abolire è quello che sostiene: "Le sanatorie servono a rimpinguare la casse dello Stato". Affermazione che Berdini smonta con grande facilità. Per ogni cento euro incassati grazie ai condoni se ne spendono 500 per rimettere in sesto interi quartieri sforniti dei più semplici servizi essenziali: fognature, marciapiedi, scuole, mezzi pubblici. Senza contare quanto l'Italia spenda per rimediare - sempre dopo che le tragedie sono avvenute - a frane e alluvioni, spesso causate da campagne abbandonate e palazzi costruiti in terreni che impediscono il regolare deflusso delle acque. La realtà è l'esatto contrario di quanto si afferma: il condono è un costo per lo Stato. L'ennesimo caso nel quale il profitto privato va a braccetto con la socializzazione delle perdite. Non è un caso, insomma, che proprio dall'uomo dei condoni Giulio Tremonti venga la proposta di abolire l'articolo 41 della Costituzione, il quale sostiene che l'iniziativa privata è libera, ma non può andare a scapito del bene comune. «La sfida dei prossimi decenni si giocherà sulla qualità degli organismi urbani», sostiene Berdini nel suo libro. La sfida economica, la capacità di attrarre investimenti, non è cosa disgiunta dalla qualità della vita nelle città, la quale a sua volta dipende dalla capacità di "governare" lo sviluppo urbano. In questo senso la crisi economica dell'Italia, la sua incapacità di crescere al ritmo degli altri Paesi europei, trova origine anche nella carenza di politiche pubbliche di governo del territorio.

L'Italia delle città Invisibili, disordinate, sommerse dal traffico e assediate da immense periferie anonime e carenti di servizi, dove gli individui vivono "soli", separati dalla società, è un Paese più povero. Non a caso, spiega Berdini ripercorrendo le tante occasioni mancate dell'urbanistica italiana, proposte di legge come quella del ministro Sullo, la legge ponte o la legge Galassi, trovano origine in un periodo in cui l'Italia sviluppava la sua potenza industriale, viveva una crescita dell'impresa e del lavoro che si opponeva, naturalmente, all'antica economia dei rentiers. Oggi viviamo nel mondo opposto. L'economia dominante è quella dei palazzi, degli speculatori, dei palazzinari. La fabbrica di macchinari Innse, coi suoi lavoratori e le sue capacità ingegneristiche, vale molto meno dei terreni in cui si trova; i capannoni del Nordest, con la crisi industriale e delle delocalizzazioni, cambiano valore d'uso e diventano abitazioni, discoteche, centri commerciali. Rispetto del territorio e crescita economica non sono in contrasto, non lo erano ieri e a maggior ragione non lo sono oggi. La storia dell'abusivismo e della colata del cemento che ha investito l'Italia, sostiene Berdini, è la storia di un Paese che si impoverisce e che diventa incapace di crescere. È la storia di un Paese dove l'illegalità batte la legge, dove la politica abdica ai suoi compiti e diventa interesse personale.

La legge del ministro Sullo e la Gelassi: occasioni mancate Numero di immobili e di alloggi integralmente abusivi Fonte: elaborazioni di Paolo Berdini su dati del ministero delle Infrastrutture ***