Recensione
Gianna Montanari, Il nostro tempo, 12/09/2010

Quando la politica era una cosa seria

In giorni in cui la scena politica è vivacizzata da escort e faccendieri, quasi stupisce sentir rievocare tempi diversi, quando la politica era una cosa tremendamente seria: era in gioco la ricostruzione della società italiana alla fine della seconda guerra mondiale, occorreva fondare nuove istituzioni e nuovi equilibri, e per la prima volta le donne erano chiamate alla partecipazione attiva. Era il 1946, e le donne, per la prima volta nella storia d’Italia, poterono votare e essere votate, prima nelle elezioni amministrative di marzo-aprile, poi il 2 giugno, per il referendum monarchia/repubblica e per l’Assemblea costituente. Benché si tratti di eventi generalmente noti, è ancora in ombra quella parte di storia riguardante la presenza e il ruolo delle donne. Questo è l’argomento di un libro uscito di recente, “Il 1946, le donne, la Repubblica”, edito da Donzelli. L’autrice, Patrizia Gabrielli, insegna storia contemporanea e Storia di genere all’Università di Siena-Arezzo e ha già pubblicato per Donzelli nel 2004 “Col freddo nel cuore. Uomini e donne nell’emigrazione antifascista” e nel 2005 “La pace e la mimosa. L’Unione donne italiane e la costruzione politica della memoria”. “Il 1946, le donne, la Repubblica” ricostruisce il clima di quei giorni e l’impegno pionieristico delle donne, il fermento di speranze, dubbi e resistenze che accompagnarono il loro ingresso sulla scena politica italiana. Patrizia Gabrielli si avvale di fonti diverse e delle memorie delle protagoniste per delineare un quadro ricco e multiforme in cui oltre ai fatti politici, risaltano le opinioni, i modi di vita e le aspettative di donne che decidevano di dedicare l’esistenza alla causa del “bene comune” Tante donne, tante storie. Sono pagine di lettura gradevole. Un esempio di questo stile attraente di scrittura è l’inizio del libro, che si apre con una citazione:”Si sta ch’è un incanto nel quarantasei”, tratta da una canzone di Paolo Conte, “La Topolino amaranto”, che rende immediatamente il clima di effervescenza che accompagnò la ripresa della vita dopo la guerra. Il fine dichiarato del libro è capire, da una parte, come le donne, per la prima volta elettrici, accolsero questo nuovo diritto, dall’altra sondare le reazioni, positive o negative, dell’opinione pubblica. Specialmente, l’autrice intende sottolineare il ruolo educativo e civile svolto dalle associazioni femminili di massa, come l’Unione donne italiane (Udi) e il Centro italiano femminile (Cif), di matrice laica la prima, cattolica la seconda. Nel libro, si mette bene in luce anche il rapporto delle associazioni con i partiti di massa – l’altra novità del periodo – rapporto oscillante tra la ricerca di sostegno e il desiderio di autonomia. Interessanti le reazioni dell’epoca: sui giornali satirici abbondavano vignette che ridicolizzavano le donne in politica, per non dire di peggio; sul settimanale “Candido”,fondato da Giovanni Mosca e Giovannino Guareschi, Nilde Jotti è rappresentata come una virago; le donne comuniste sono pericolose mangiatrici di uomini, mentre alle cattoliche si rimprovera l’austera morale sessuale: “Troppo lascive o troppo morigerate, le donne non conoscono la giusta misura”. Le conclusioni dell’autrice sono comunque pessimistiche in considerazione del fatto che le donne elette furono relegate in ruoli marginali e non ebbero la possibilità di incidere sostanzialmente sulla vita politica italiana. Se dopo il 2 giugno la vittoria della Repubblica fu raffigurata in prima pagina del “Corriere della Sera” dall’immagine di una giovane sorridente, questa fu solo la scelta dell’artista, il fotografo Federico Patellani.