Recensione
Laura Laurenzi, Il Venerdì di Repubblica, 15/10/2010

Glamour, quando la bellezza si concede tutti i lussi

Glamour, una storia lunga un secolo. Parola intraducibile che evoca fascino, seduzione, mistero ma soprattutto carisma e personalità. Quali sono le principali icone del glamour dei nostri tempi? Madonna, capace di reinventarsi continuamente eppure di rimanere se stessa, e la principessa Diana, non a vent’anni ma com’era a trenta, vestita Versace, sicura di sé, chic, sofisticata e imitatissima. Altre grandi icone del glamour che hanno illuminato il secolo appena trascorso sicuramente Greta Garbo e Marlene Dietrich, e, trent’anni più tardi, in modo diverso, Marilyn Monroe e Brigitte Bardot.

Ne è certa la studiosa Carol Dyhouse, che insegna Storia all’Università del Sussex, acuta studiosa dell’universo femminile e delle tematiche di genere, che al fenomeno ha dedicato un libro di imminente uscita dal titolo "Glamour, Una storia al femminile"(Donzelli, 185 pagine, 26 euro). E’ una galoppata attraverso la moda ma soprattutto il costume e i suoi mutamenti e indica come la percezione del glamour - termine che originariamente era attinente alla stregoneria e agli incantesimi - si sia tanto trasformata nel tempo. Dai telefoni bianchi al grunge, dai mantelli di zibellino alle guepières Dolce & Gabbana.

Il libro si apre con una doppia domanda cui non è così semplice rispondere in modo univoco: si può dare la colpa agli ideali del glamour per le insicurezze femminili, i disordini alimentari, la dismorfia, la dipendenza dalla chirurgia estetica, o il rifiuto di fare i conti con la vecchiaia? Oppure il glamour offre alle donne una specie di potere e talvolta perfino un modo di prendersi una rivincita sul patriarcato?

Certo molte cose sono cambiate, nella moda ma soprattutto nella società, da quella prima definizione della glamour girl che l’Oxford English Dictionary registrò citando un rivista pubblicata nel 1940. Che osservava il diffondersi di "una nuova ragazza glamour, come viene chiamata oggi, sottile e leggera come una foglia d’argento, sbiancata come una mandorla, patinata come un anello nuziale".

Attraverso l’abbigliamento, gli abiti da sera ma soprattutto le pellicce, attraverso i cosmetici, persino attraverso i profumi e ogni loro singolo fiore e componente, attraverso la pubblicità, i film, le riviste di moda viene tratteggiato il contraddittorio identikit della donna glamour. Era glamour Gloria Swanson che guidava una Lancia con interni in pelle di leopardo, ma lo era anche Grace Kelly palpitante e virginale nel giorno del suo matrimonio. Era glamour Joan Crawford fotografata nella sua casa che straripava di gardenie, lo era la Garbo ancora più desiderabile e ambigua in abiti maschili, lo era più di ogni altra Marlene Dietrich nel film "Disonorata" quando davanti al plotone d’esecuzione si passa un’ultima volta il rossetto sulle labbra.

La sicurezza di sé in campo sessuale accompagnata dal gusto del lusso e alla spregiudicata propensione a goderne era un altro tratto che accomunava le donne votate al glamour. Non necessariamente dive e non necessariamente bellissime: basta pensare alla duchessa di Windsor, l’ex commoner Wallis Simpson, che aveva l’abitudine di spruzzare nuvole di Diorissimo sui candidi fiori freschi dei suoi centrotavola.

Glamour anche come artificio, posa, strategia, trucco, maschera e dunque come negazione di un modello falso e insidioso. Bette Davies, ci ricorda l’autrice, si opponeva al make-up hollywoodiano che l’avrebbe trasformata, diceva lei, "in una specie di lucido frutto di cera" e protestava: "Io voglio farmi conoscere come un’attrice seria, nient’altro... Non voglio quella roba glamour".

Nella seconda metà del secolo il glamour diventa più accessibile, si democratizza. Negli anni Sessanta cade in disgrazia, superato, obsoleto. A seppellirlo fu anche il femminismo. Già nel "Secondo sesso" Simone de Beauvoir considerava l’ossessione delle donne per le apparenze "una forma di narcisismo che conduce alla passività: a rendersi oggetto, anziché agire". Anche fra le non militanti nascono nuovi dettami: apparire giovani, radiose e naturali è più importante che irradiare un glamour sofisticato e artefatto. Persino la fondatrice di The Body Shop, Anita Roddick, si scaglia contro l’industria che la fa miliardaria: "Odio il business della bellezza. E’ basato sulla menzogna e sull’inganno. Sfrutta le donne". Rinnegato, il glamour torna alla grande nei famigerati e glamorous anni Ottanta, veicolato da una nuova donna in carriera che non rinuncia a nulla, una donna che fa di uno sfacciato e vistoso materialismo il suo credo. Ed è l’apoteosi della material girl: ecco Madonna.