Recensione
Vittorio Buongiorno, Il Messaggero - Frosinone, 11/10/2010

Ecco cosa accade agli ebrei internati a San Donato Val di Comino

Ulla era scesa a San Donato in piena notte per recuperare il microscopio di suo marito: l’avevano murato nella casa dove erano stati internati per anni a in Val Comino, era l’unico oggetto prezioso che la sua famiglia era riuscita a salvare scappando dalla Germania nazista. Quel microscopio poteva salvarla, vendendolo avrebbero avuto i soldi per fuggire verso la libertà, o perderla perché ormai la Val Comino pullulava di nazisti. Ulla fu salvata da Costanza Rufo: la infilò in una cesta, malgrado pesasse 44 chili, con il suo microscopio, se la caricò sulla testa e uscì dal paese beffando i controlli. Quella di Ulla, Ursula Steinitz, di suo marito Mordko e di sua figlia Katrin è una delle storie degli internati di San Donato, una delle pochissime finite bene, che Anna Pizzuti ha ricostruito con grande rigore e grande trasporto. Non così accadde ad Oswald Adler o alla signorina Grete, che raccontava di aver avuto un figlio da Franz Kafka. Sono le “Vite di carta”, «perché le loro esistenze tornano alla luce quasi esclusivamente attraverso i documenti custoditi negli archivi», racconta Anna Pizzuti, l’insegnante di Alvito che dopo una ricerca durata una vita ha pubblicato con Donzelli (Vite di carta, 230 pagine, 24 euro), la storia dei sedici ebrei internati a San Donato, fino al 6 aprile del 1944. Di archivio in archivio, di documento in documento, Anna Pizzuti ricostruisce cosa accadde a tutti loro, trasferiti dai nazisti prima nel carcere di Regina Coeli a Roma, poi a Fossoli, il campo di detenzione in Emilia, e infine ad Auschwitz. «Ho insegnato dal 1970 al 1980 nella scuola media di San Donato - racconta la Pizzuti - e degli ebrei che vi si trovavano durante la guerra avevo sentito parlare, senza però mai approfondire l’argomento vittima anch’io di una sorta di appiattimento della memoria che tende a trascurare gli eventi di portata locale, mentre, invece, proprio in essi è possibile scoprire fino in fondo il senso o, come in questo caso, il “non senso” della storia». Da allora quella ricerca è continuata. «Perché l’insegnamento l’ho vissuto sempre come ricerca e scoperta», racconta l’autrice. Dando vita a un sito (www.annapizzuti.it) che è un vero database informatico sugli ebrei internati. «Di questa storia, oggi, credo ci sia veramente bisogno», dice la Pizzuti. Così è nato “Vite di carta".