Recensione
Nadia Urbinati, L'Unità, 02/10/2010

Cattaneo, Bobbio e gli svarioni della Lega

Fatta l’Unità, Cattaneo ribadì nel 1862 che la «federazione è la sola unità possibile in Italia»; eppure cominciò a lavorare a un programma di autonomia legislativa e amministrativa, non di federalismo. La sua risposta al piemontesismo accentratore, a unità avvenuta, era dunque una larga autonomia regionalistica - un’idea che, lo abbiamo accennato, altri politici italiani coltivarono in quegli anni,come Zanardelli e Minghetti, e che risultò purtroppo sconfitta e sconfessata dal riordino amministrativo del 1865, disegnato sul modello francese delle prefetture e arcignamente centralistico perché volutamente anti-democratico. A unità avvenuta, il moderato Cattaneo impiegò l’idea federalista per proporre e teorizzare una politica di autonomie centrata sui comuni («i comuni sono la nazione; sono la nazione nel suo intimo asilo alla libertà»). Dall’unità centralistica all’autonomia locale più larga: nell’Italia unita, fu questa la proposta pratica che Cattaneo derivò dal suo federalismo teorico, non un federalismo a tutti i costi. La sua fu una proposta consapevolmente moderata perché egli era, appunto, un liberale e non un giacobino; moderata nel senso che voleva operare per via di riforme in un contesto specifico, non in astratto o per soddisfare ragioni dottrinarie. In questa caratterizzazione di Cattaneo federalista emoderato traspare tutta l’ammirazione di Bobbio, per il quale l’essere moderato e non giacobino voleva dire essere liberali, avere cioè una concezione della libertà che riposa sull’arte della limitazione. Tradotta in diritti e leggi, governata da una pratica di contrappesi e di controlli costituzionali, la libertà dei moderni non poteva che essere moderata. A partire da questa stessa premessa squisitamente liberale, la proposta di Cattaneo per l’Italia post-unitaria non poteva che essere protesa verso un ordinamento di larghe autonomie centrato sul comune.

Le istituzioni politiche contribuiscono a costruire una nazione non meno della lingua, della religione e delle tradizioni. Un popolo che come l’Italia ha vissuto per numerose generazioni in uno stato unitario è, dopo tutto, un popolo senza memorie di federalismo. Questo fatto elementare fu ammesso da uno dei fondatori della Lega Nord, Gianfranco Miglio, il quale dovette riconoscere già nel 1994 che non era facile «costruire una federazione in un paese che non ha una “cultura federale”». A distanza di vent’anni e con un federalismo mai studiato seriamente ma prima propagandato come un’arma di attacco per giungere al potere nazionale, e poi costruito a colpi di decreti e di leggi strappati da una minoranza numerica in cambio della stabilità di coalizioni governative, sembra essersi fatto strada un fenomeno che è in se stesso illogico e aberrante: un federalismo giacobino, decretato e voluto dal governo centrale, generatore di una politica che più che allentare il centralismo sembra allentare il senso dello stato senza rivitalizzare il sentimento di unione e di fiducia, quel senso di simpatia che, per i pensatori liberali e federalisti di tutti i tempi, è essenziale al foedus perché agevola la comunicazione fra le parti di un paese e impedisce che si innalzino barriere tra le regioni. David Hume pensava che la simpatia fosse la più peculiare «qualità della natura umana» perché rende possibile la comunicazione tra gli individui, per quanto differenti siano nelle opinioni, negli interessi e nel carattere. A questa qualità Hume attribuiva il potere di rendere i popoli capaci di vivere insieme pur nella diversità e di rendere gli individui propensi a condividere esperienze in comune. Indubbiamente, la simpatia che i cittadini sentono per il loro popolo è più forte di quella che sentono per gli altri popoli.

Ma, come pensavano anche i fondatori della Comunità europea, è possibile educare la simpatia. John Stuart Mill esemplificava la simpatia come quel sentimento che porta, nel caso estremo di una guerra, a «combattere dalla stessa parte» e quindi indicava due precondizioni perché la federazione funzionasse: un «sentimento di identità di interesse politico » e un sentimento di simpatia. Il primo sentimento avrebbe sostenuto la vita delle istituzioni liberali, mentre il secondo avrebbe sostenuto l’unità della nazione.

Alla radice del sentimento di «mutua simpatia» e reciprocità vi è la convinzione di origine repubblicana secondo la quale la piccola patria può servire a rafforzare il sentimento di appartenenza alla più larga patria. Si tratta di sentimenti, e, come accade con tutti i sentimenti, essi crescono con la pratica. Uno stato centralizzato tende a raffreddare la simpatia civica dei cittadini nella misura in cui li abitua a pensare alle istituzioni come entità distanti e il cui funzionamento non dipende da loro. Questo è l’argomento più forte a favore dell’auto- governo locale e del federalismo: un argomento di civismo democratico. Esso è stato condiviso da tutti i repubblicani, quelli unitari come quelli federalisti, e da alcuni liberali. Mazzini sognava sì una Repubblica unitaria, ma non negava affatto l’importanza del governo comunale. Federalisti liberali come Cattaneo pensavano che la federazione potesse incoraggiare l’unione perché avrebbe rafforzato la simpatia tra le parti di un largo territorio. Il principio alla base di queste visioni è che si impara a rispettare l’umanità rispettando i propri vicini. Nel Vangelo, i doveri verso l’umanità sono resicome doveri verso il prossimo: diliges proximum tuum