Recensione
Nicola Tranfaglia, L'unità, 05/10/2010

Ma la Lega è federalista?

Ma la Lega è federalista? Gli scritti di Cattaneo, apprezzati da Bobbio e oggi ripubblicati, teorizzano un federalismo assai diverso da quello di Bossi e Berlusconi di Nicola Tranfaglia

Mi sembra un’ottima idea quella dell’editore Donzelli di mettere a confronto, in un momento difficile come questo della nostra storia nazionale, un libro che si intitola Stati uniti di Italia (Donzelli editore, pp. 148, euro 17,50) quegli scritti di Carlo Cattaneo, il maggior teorico del federalismo italiano, preceduti da un saggio di Norberto Bobbio e da una precisa introduzione di Nadia Urbinati, con la crisi politica attuale. Spiego anche perché. Bobbio racconta nella sua Autobiografia, a cura di Alberto Papuzzi (Laterza editori, 1997) che aveva pubblicato proprio nel 1945 il saggio di Cattaneo, sottolineando che aveva scoperto da poco l’originalità dell’apporto cattaneiano e che l’interesse per quel pensatore nasceva anche dal fatto che era stato uno dei pochi intellettuali, o addirittura l’unico, del Risorgimento a non poter essere utilizzato dal fascismo. E a leggere quelle pagine, oggi di grande attualità culturale e politica, si scoprono facilmente le ragioni dell’originalità come della sua profonda estraneità a tutte le dittature, a cominciare da quella populista del fascismo mussoliniano. «Le idee federaliste e l’illuminismo riformatore osserva Nadia Urbinati nella sua introduzione erano quanto di più lontano vi potesse essere dall’ideologia fascista, un’ideologia centralistica che negava l’autonomia della società civile e i diritti individuali; che era storicamente nata con l’intento esplicito di seppellire lo stato di diritto e sopprimere la democrazia». Ma anche oggi, a leggere il disegno di legge Gelmini sull’Università in discussione alla Camera, si devono fare analoghe osservazioni: quel disegno di legge berlusconiano, che rischia di essere approvato in maniera definitiva tra qualche settimana, è quanto di più centralistico e burocratico, oppressivo e indifferente alle libertà individuali degli studenti e dei professori. Espressione dell’attività legislativa di un regime populistico autoritario. Ad ogni modo nel 1945, quando Bobbio pubblica le pagine di Cattaneo, i ricordi della dittatura fascista sono ancora vivi e il filosofo torinese (che troppi oggi hanno dimenticato) collega il pensiero del lombardo alla grande tradizione europea del liberalismo ma anche del socialismo democratico che ha in pensatori come Alexis de Tocqueville, John Stuart Mill e in italiani come Altiero Spinelli ma anche comunisti come Giuseppe Dozza, futuro sindaco di Bologna, e azionisti come Piero Calamandrei e Aldo Capitini, i suoi principali sostenitori che si collegavano a intuizioni del socialismo democratico e municipale del secondo Ottocento in Italia e in Europa. E ha ragione, io credo, Nadia Urbinati scrive che «come all’indomani dell’Unità d’Italia, all’indomani della Liberazione l’assetto amministrativo diventò il terreno di battaglia per condizionare e limitare il processo di democratizzazione quale che fosse la ragione strategica perseguita dai governi (se per moderare le forze della sinistra radicale come all’indomani dell’Unità o per mettere in moto una politica anticomunista come all’indomani della seconda guerra mondiale). Se due furono i risorgimenti, due furono anche le risposte conservatrici che da essi si sprigionarono, e in entrambi i casi il federalismo e le larghe autonomie cittadine furono repressi o sacrificati». Il paradosso di fronte al quale ci troviamo oggi è che la bandiera del federalismo è stata assunta da alcuni anni dalla Lega Nord di Umberto Bossi che è una forza razzista e secessionista e non vuole realizzare il federalismo democratico di cui parlano Cattaneo, Bobbio e la Urbinati, ma un federalismo egoista e antidemocratico, per nulla solidale, che può condurre alla divisione dell’Italia e che sembra destinato a condurre con la destra berlusconiana all’affondamento del Mezzogiorno e alla divisione del paese. Il federalismo di Cattaneo parla di pace e libertà, quello di Bossi definisce “porci” i romani e “terroni” i meridionali e finora sul piano politico non ha rivelato i costi dell’operazione né i pesi che deriverebbero da una riforma fatta da uno Stato centralistico e burocratico come appare dalla volontà del centro-destra su molti altri provvedimenti in calendario. Con l’odio etnico e politico e la volontà serpeggiante di secessione non è possibile costruire il federalismo democratico di cui parlava Cattaneo e questo non è oggi neppure chiaro alle forze di opposizione del centro-sinistra divise tra adesione acritica e opposizione poco ragionata. Questo è il pericolo della situazione attuale e si impone la necessità di proporre alla maggioranza parlamentare un piano alternativo che non mi pare sia stato ancora formulato dai maggiori partiti dell’opposizione.