Recensione
Alessandro Profumo, Corriere della Sera, 24/09/2010

"Banche e imprese, manca la capacità di progettare"

Pubblichiamo alcuni brani della prefazione di Alessandro Profumo (scritta prima di lasciare l' incarico in Unicredit) al saggio di Raffaele Brancati «Fatti in cerca di idee. Il sistema italiano delle imprese e le politiche fra desideri e realtà», attualmente in uscita per i tipi della Donzelli Editore.

Spesso si cita il fatto che una recessione può avere l' effetto di rendere più efficiente il sistema economico, perché ne elimina gli squilibri e perché tende a espellere gli operatori meno produttivi. Nella fase attuale di crisi, questo non sembra essere vero. Anche le analisi condotte da Unicredit nei suoi osservatori confermano questa idea: la profondità della crisi è tale che in essa restano invischiate anche imprese che hanno un buon progetto industriale, ma che magari per impostarlo o perseguirlo sono divenute fragili dal punto di vista finanziario. Su questo una prima riflessione è ovvia: nella fase pre-crisi, l' ampia disponibilità di risorse finanziarie ha tolto peso alla relazione banca-impresa, rendendola più labile. Da un lato il sistema finanziario, a fronte di tassi di interesse estremamente bassi e di strumenti finanziari innovativi, si è trovato con un eccesso di liquidità: ciò ha comportato una relativa facilità nella concessione del credito. Per contro le imprese, a fronte dell' ampia offerta, hanno ricercato il finanziamento più vantaggioso, prescindendo dall' utilizzo degli strumenti più adatti al proprio percorso. Questa relazione va ora ricostruita. (...) Una fase di trasformazione ha già avuto luogo negli ultimi anni, almeno per una parte del tessuto produttivo che, per far fronte a un mercato sempre più globale, ha abbracciato nuove strategie e nuovi comportamenti. In maniera talvolta anche indipendente dalla dimensione: in effetti l' allargamento delle prospettive alla scala internazionale non riguarda solo le imprese grandi ma anche le piccole e talvolta le microimprese. Tuttavia, la crisi ha rimescolato tutto, accelerando alcune tendenze magari già in atto (per esempio il peso relativo a livello globale dei nuovi player internazionali), e quindi alle imprese è richiesto uno sforzo supplementare, di sicuro una capacità di guardare lontano che non sempre hanno avuto. Anche al sistema bancario italiano, pur con le difficoltà che ha attraversato, è stato richiesto di fare la sua parte per dare risposte al sistema imprenditoriale. La prima è stata l' avviso comune, una moratoria su quote di capitale e interessi in scadenza che ha consentito alle imprese di superare problemi immediati di liquidità. Superata la fase più critica, il sistema finanziario si dovrebbe ora far portatore (per favorire il rilancio) della necessità di avere questo sguardo di lungo termine, di prefigurare una prospettiva di business da perseguire. Perché forse nel nostro Paese è mancato proprio questo: la capacità di progettare un percorso di crescita da parte del tessuto imprenditoriale, la capacità di assecondare questo progetto (o in qualche caso, di sollecitarlo) da parte del sistema finanziario. Voglio aggiungere qualche impressione tratta da un' altra fonte, e cioè il progetto della Commissione europea, Efige (European Firms in a Global Economy), cui Unicredit partecipa, sempre perché riteniamo che cercare di comprendere le esigenze delle imprese e analizzarne le caratteristiche sia una necessità alla quale una banca come la nostra non può sottrarsi. Anche in questo progetto si raccolgono le risposte delle imprese a un ampio questionario, che include alcune domande relative all' impatto della crisi. Dal questionario emerge una revisione generale delle strategie delle imprese, oltre al prevedibile rinvio degli investimenti sia di natura materiale sia relativi a progetti innovativi (ciò riguarda oltre un terzo delle imprese). Tranne in pochissimi casi, non ci sono ripensamenti radicali sulle strategie di internazionalizzazione (anche se il 7% delle imprese con presenza produttiva estera abbandona uno o più paesi di delocalizzazione). Nonostante le difficoltà, oltre la metà delle imprese ha risposto cercando di ampliare la gamma di prodotti offerti. Il 30% circa ha accentuato la centralizzazione delle decisioni strategiche. Anche queste evidenze, per quanto preliminari, confermano come il cambiamento strategico, già avviato prima della crisi, si renda ancora più necessario. (...) In presenza di un vincolo di bilancio pubblico stringente bisogna capire bene qual è la situazione di partenza, quali sono le esigenze delle imprese e quali le possibili modalità di azione (...). Il primo è che è necessario che gli interventi pubblici, piccoli o grandi che complessivo di questi strumenti risponda a una strategia coerente; ad essi si deve sempre accompagnare una qualche modalità di valutazione ex post di efficacia. Ci sono delle best practice a questo proposito che possono ispirarci. Mi viene in mente, ancora una volta, l' esperienza della Germania, dove noi siamo ormai di casa: nella regione della Baviera, a partire dagli anni novanta è stato intrapreso un percorso chiaro per potenziare alcune importanti tecnologie di base (nuovi materiali, biotecnologie, nanotecnologie), promuovendo nel contempo il trasferimento delle competenze acquisite in questi campi dall' accademia all' industria, stimolando la nascita di nuove imprese e sostenendone la crescita e l' internazionalizzazione. Oggi la regione raccoglie i frutti per questa riuscita partnership pubblico-privata. Il secondo è che è necessario partire dai punti di forza del sistema produttivo italiano, rendendo «contagiosi» i fattori di successo. Sul come si può discutere: la mia posizione è che un ruolo rilevante lo deve giocare proprio il settore pubblico in termini di regolamentazione, di coordinamento e di stimolo. A mio avviso, tale ruolo deve essere esercitato in particolare sulle filiere che siano presidiate da imprese italiane (i punti di forza) e che siano utilizzatrici di tecnologie che abbiano il carattere della pervasività, cioè possano diffondersi ad altri utilizzi (il contagio). Su queste filiere l' operatore pubblico dovrebbe svolgere un ruolo di regolamentazione - che non implica un esborso di risorse pubbliche - e un ruolo di coordinamento e stimolo - che invece ne richiede, ma non in misura non sostenibile - canalizzando e aggregando le energie e le risorse del settore privato su progetti che hanno ricadute su tutta la filiera. Questo ruolo di coordinamento e aggregazione di capacità che esistono, ma che sono frammentate nel tessuto produttivo, può essere particolarmente fruttuoso in una struttura produttiva parcellizzata come quella italiana.