Recensione
Michele Ainis, La Stampa, 02/10/2010

Il federalismo è il vestito di Arlecchino

Ben vengano gli anniversari, se servono a riflettere o meglio a rifletterci nel nostro specchio collettivo. Il centocinquantenario dell’unità d’Italia sta infatti alimentando un fiume d’articoli, convegni, libri che s’interrogano sulla nostra identità, sulle ragioni del nostro vivere comune. E sulle prospettive, certo, sul futuro che ci attende, specie da quando la macchina del federalismo ha acceso il motore ( giungerà a disposizione nel 2016, a meno d’incidenti). Nel frattempo non siamo Né uniti , né divisi , come afferma un pamphlet appena uscito per i tipi di Donzelli. L’autore è il sociologo Marcello Fedele, il titolo è a sua volta fedele rispetto alla nostra condizione. Perché non si è (ancora?) consumata un’autentica frattura nel cemento che ci tiene insieme, e perché le crepe tuttavia si allargano, scavano in profondità. Dove? Intanto nella selva dei poteri locali , dominati da una leva di “cacicchi”insofferenti verso le attribuzioni dello Stato centrale così come verso l’autorità delle segreterie politiche nazionali. In secondo luogo nelle normative schizofreniche fabbricate dalle periferie italiane, sicchè quanto è proibito a Cuneo, a Barletta riceve una medaglia. In terzo luogo nell’apologia del campanile, nel localismo su cui batte il chiodo per esempio la Gelmini quando propone gli insegnanti regionali , o la Rai che ha appena bandito un concorso per le redazioni dei tg locali, riservandolo a chi ha casa nello stesso circondario di ogni redazione. In quarto luogo nella polverizzazione degli apparati decentrati: abbiamo in circolo 8101 Comuni, 109 Province (erano 59 nel 1861) , un numero imprecisato d’organismi minori, quando per dirne una l’Inghilterra ha ridotto i distretti locali da 1549 a 522. In quinto luogo nella dislocazione delle rispettive competenze, che tagliano a fettine il territorio senza un’architettura organica, senza un piano, senza neanche qualche grammo di rispetto per la geografia. Qui s’affacciano le osservazioni più stringenti di Fedele, e anche una lezione del sociologo al giurista, che quest’anno farebbe bene a ricordare quando interroga le forme astratte del diritto . Perché è vero – come i costituzionalisti hanno più volte denunziato – che la riforma del Titolo V ha innescato una perenne fonte di baruffe tra lo Stato e le Regioni. E’ altrettanto vero che il nuovo art. 114 della Costituzione (“La Repubblica è costituita dai Comuni, dalle Province, dalle Città metropolitane, dalle Regioni e dalla Stato”) è un monumento alla retorica del peggior federalismo, dato che non si possono mettere sullo stesso piatto lo Stato centrale e i 37 cittadini del Comune di Pedesina . E’ indubbiamente vero che il federalismo all’italiana non ha pari al mondo, perché indossa un vestito d’Arlecchino, cucito con stoffa inglese per l’amministrazione centrale, con stoffa tedesca per quella regionale, con stoffa francese per le amministrazioni locali. Ma l’insulto più grave colpisce a conti fatti il territorio, dove nessun ambito d’intervento corrisponde all’altro, dove mancano sinergie e rapporti tra i troppi attori delle nostre istituzioni. Col risultato che i centri per l’impiego non coincidono con i distretti industriali, e che questi ultimi non sono correlati all’offerta scolastica, né ai bacini commerciali, ai sistemi turistici, ai dipartimenti sanitari. E soprattutto con la conseguenza che i costi si impennano, oltre a divaricarsi come le lame di una forbice (il Molise spende 374 euro ad abitante per il proprio apparato burocratico, la Lombardia 91). Insomma non c’è male: infiliamo una riforma territoriale dopo l’altra senza mai tenere conto del nostro territorio.