Recensione
Adriana Romano, Vento Largo, 01/04/2010

Berlusconi passato alla storia ovvero come è cambiata l'Italia

Il libriccino, dedicato «alla memoria di Vittorio Foa», si legge di un fiato, ed è come vedersi in uno specchio.

I capitoli, brevi, di piacevole stile e vivaci, spaziano dalla definizione del significato dell’espressione “passare alla storia” ai «Prodromi» del fenomeno Berlusconi, individuati nell’Italia «uscita provata e impaurita dagli anni di piombo», quando, a seguito delle feroci stragi e della strategia della tensione si diffuse una «propensione all’individualismo che non aveva precedenti nella storia italiana», accanto alla «seconda rivoluzione televisiva» con la «nascita della televisione privata, commerciale e a colori», intorno al 1975.

Se il cinema mantiene il distacco netto fra la realtà e la finizione, la televisione, «nuovo elettrodomestico», annulla tale differenza «nell’unica dimensione del vissuto quotidiano».

La genesi dell’ età berlusconiana si perfeziona nel decennio fra gli anni Ottanta e Novanta; data cruciale rimane la caduta del Muro dell’affascinante e tormentata città di Berlino; la fine della Democrazia Cristiana e dello storico suo antagonista, il Partito Comunista Italiano; il ciclone di Mani Pulite, l’ascesa e il declino di Bettino Craxi: ecco l’Esordio di Silvio Berlusconi, sulle macerie di conflitti, ideologie in crisi, delusioni e illusioni superstiti: siamo nel 1994: nasce Forza Italia: movimento politico «di natura completamente nuova, basato su un modello di gestione aziendalistico e sulle tecniche di marketing». Il contesto gli era favorevole.

Interessante il capitolo “Il corpo e l’immagine”, di cui vale la pena sottolineare del leader «il sorriso a mezza bocca, appena più pronunciato di quello della Gioconda, che costituisce un sottile quanto ambiguo ammiccamento nel senso che dice e non dice, evoca complicità e vicinanza ma è insieme del tutto sfuggente e impercettibilmente osceno». E dunque il successo, con la vittoria elettorale nel 1994, la sconfitta nel ’96, la rimonta del 2001, la nuova caduta nel 2006 seguita dal successo del 2008. Il modello vincente? Si riassume nella sbandierata parola d’ordine della Libertà, intesa come «esaltazione del diritto a fare i propri comodi e a liberare la propria libido senza limiti di sorta», mentre viene promossa un’etica della famiglia, perbenista e di stampo cattolico, con il valido appoggio di Comunione e Liberazione.

Si stupisce il lettore, riflettendo sui fatti, dell’assenza di una forte reazione delle forze politiche di sinistra: ma dove sono i comunisti, contro i quali Berlusconi non manca di scagliarsi? A cospargersi il capo di cenere, a cambiare tono e parole, incapaci di analisi storica, privi, come se mai l’avessero avuta, di un’identità. Come se mai fosse esistita un’alternativa popolare, rivoluzionaria o moderata, davvero fondata sui valori del lavoro, della giustizia, dell’uguaglianza, della solidarietà e dell’internazionalismo proletario; una cultura della pazienza, dell’umiltà, dell’umanesimo, che si esprimeva nel laicismo: tutti a vergognarsi anche solo del nome di comunista, come fosse un insulto, o un errore; tutti a identificare il marxismo con la dittatura staliniana, schiavi di semplificazioni indegne della lezione marxista; nessuno più capace di operare distinguo, considerare la complessità della situazione storica, portare dati alla discussione, difendere un’esperienza storica, politica, culturale e umana di portata straordinaria. Capace di dire ancora molto sul mondo di oggi, nonché di suggerire scenari migliori per il mondo di domani, nel quale esigo, mi sia permesso, di credere ancora.

«Sembra ragionevole affermare – conclude Gibelli- che nell’età berlusconiana l’Italia è stata ed è teatro, per la prima volta in un paese occidentale nel secondo dopoguerra, di un esperimento molto spinto di democrazia autoritaria» Una situazione da cui pare molto difficile uscire; un esperimento che rischia di mettere in discussione le tradizioni civili del nostro paese, logorando gli equilibri istituzionali.

Da leggere, dunque, questo breve saggio di Antonio Gibelli, Berlusconi passato alla storia, con sottotitolo «L’Italia nell’era della democrazia autoritaria».

Ma sorge un dubbio: non è che l’era della democrazia autoritaria sia iniziata prima, molto prima?