Recensione
Carlo Vallauri, Publius, 01/02/2010

Analisi di "Autobiografia di una repubblica"

L’autore presenta un interessante quadro delle vicende politiche italiane, muovendo dalla crisi nazionale quale effetto della seconda guerra mondiale e ripercorrendo le varie tappe dal crollo del fascismo ai giorni nostri. L’attenzione è tuttavia centrata attorno a quella che è l’attuale condizione del paese, e quindi dalla ricostruzione e dalla guerra fredda si giunge rapidamente alla grande trasformazione antropologica verificatasi tra gli anni ‘60 ed ‘80, questi ultimi assunti come fase di gestazione di quella che poi sarà l’approdo verso l’Italia del tempo di Berlusconi.

Merito dell’autore è aver tracciato, a partire dagli anni della contestazione del ‘68, un insieme di riferimenti di carattere politico, utilizzando sia il materiale più noto sia una serie di saggi rivelatori di aspetti del costume e dei gusti che hanno contribuito a modificare la mentalità degli italiani nelle loro esistenze, aspirazioni e contraddizioni. Ed il libro ha in proposito un’ampia mole di citazioni, di personaggi, giornali, libri e si distingue per i nessi individuati tra i vari eventi. Ed è condivisibile quanto l’autore scrive circa i limiti dell’azione riformatrice nonché sul passaggio dalla fase contestativa di fine anni ‘60, con l’emergere dei caratteri individualistici della protesta, all’esplosione del brigatismo armato. Piuttosto qualche osservazione aggiungiamo per quanto concerne gli anni ‘80, preparatori della successiva crisi repubblicana. La tesi sostanziale di Crainz è che dall’esaurimento dell’ondata contestativa operaia e giovanile (anche se nel suo libro il secondo carattere prevale nettamente sul primo) e dalla incapacità mostrata dalla classe dirigente nel governare i cambiamenti, si è passati ad una sorta di assopimento morale, presto congiunto alla diffusione della corruzione ai diversi livelli della società.

Attraverso questo progressivo peggioramento della realtà di un paese gradualmente privato della stessa ragion d’essere di una democrazia effettiva si è venuta affermando quell’Italia caduta facilmente preda dei più lesti a profittare della situazione, ben al di là dello stesso consumismo prevalente nel mondo occidentale perché specifico di una repubblica nella quale partiti di governo e di opposizione sembra abbiano gareggiato nel non scegliere soluzioni capaci di affrontare seriamente conflitti sociali e politici. Tutte verità innegabili che rischiano però di restare, a nostro avviso, per qualche tratto, esterne rispetto al concreto emergere dei mutevoli fenomeni verificatisi. L’autore infatti lascia da parte tutto ciò che si è mosso e si è detto in un versante diverso da quello della più nota pubblicistica critica propria dell’ortodossa sinistra ufficiale ma che pure ha espresso esigenze reali di una parte considerevole del paese attivo, delle imprese economiche – medie e piccole – e di quella parte notevole dei ceti medi degli impieghi, dei servizi, dell’artigianato, della tecnica. Una collettività estesa, allargatasi, come dimostrato sin del noto saggio di Sylos Labini, richiamato da Crainz ma non esattamente per quello che di nuovo emergeva in esso circa la società italiana e il suo evolversi (dall’inizio degli anni ‘70). Si assiste infatti sin da allora all’ampliamento di una vasta area sociale nella quale matura – e non solo marginalmente – la volontà di contare e pesare sui destini e le scelte del paese, anche se si tratta di moltitudini apparentemente di minor conto.

Mentre si chiudeva nel vuoto l’esperienza dei disegni programmatori e si esaurivano i progetti riformatori (uno degli ultimi provvedimenti fu lo statuto dei lavoratori, non approvato dai comunisti che preferiranno astenersi, segno rivelatore di una situazione significativa di quel momento critico), le nuove forze sociali emergenti venivano a trovarsi in posizione nettamente critica nei confronti della politica economica fondata su oneri caricati sulle spalle delle generazioni future e portata avanti non solo dal pentapartito ma votata (circa l’80% delle leggi di spesa negli anni ‘80, come risulta da un lavoro parlamentare) anche da quella che per effetto del compromesso storico non era più opposizione. Occorre allora rileggere le pagine del "Giornale" di Montanelli, dove Antonio Martino e Sergio Ricossa erano gli unici economisti apertamente critici di quell’andazzo (già denunciato come tale e proprio con tale espressione da non pochi intellettuali) – e tra l’altro il giovane Marco Travaglio faceva le prime "scoperte" del malaffare -, oppure tenere presenti le osservazioni di un giurista come G. Guarino, prima indagatore di quella che poi sarà indicata come "casta" (individuata inizialmente in trecentomila persone nelle strutture dei partiti e nelle infiltrazioni all’interno della amministrazione pubblica), poi nel ‘93 in disaccordo – a livello ministeriale – sull’avvio delle liberalizzazioni che consentiranno di svendere a favore di gruppi già forti (leggere la versione autentica nel libro di Siglienti sulla liquidazione della Banca Commerciale) un patrimonio inestimabile di ricchezza prodotta dall’intenso lavoro italiano, infine critico dell’Europa di Lisbona. In effetti anche economisti considerati di sinistra per la loro formazione, alla fine degli anni ‘90 – come si vede nei governi post-Prodi -, finiranno per dare come scontata la prevalenza del mercato autoregolato su qualsiasi livello decisionale, trovandosi quindi spiazzati proprio nel momento della crisi internazionale del 2007 mentre più lucida è stata la posizione di studiosi come Paolo Leon, Gianni Ferrara, Flavio Manieri e Galapagos del "manifesto". Quindi si assisteva da un lato ad una nuova dislocazione sociale dell’altro all’incomprensione dello svolgimento complesso dei movimenti e degli interessi stabili e diffusi dei diversi ceti.

Ebbene, proprio per quella fase convulsa e decisiva, Crainz si limita a citare articoli forse interessanti sul piano giornalistico quotidiano ma non tali da rilevare e rivelare la realtà dei fatti economici concreti, dai quali deriva – a partire dalla crisi ‘92-93 – la nostra stessa condizione di vita collettiva. La "sorpresa" per la vittoria di Berlusconi dipese proprio dall’aver ignorato fatti reali, soprattutto la nuova articolazione della società. L’Economist fu addirittura fulminato che quell’esito inatteso del responso popolare proprio a causa della superficialità delle valutazioni precedenti, rivelatesi errate. Inclinazioni riaffioranti, a noi sembra, nella ricerca di Crainz, giacché egli indulge troppo – ed esclusivamente – su una serie di articoli e di determinati giornali, ignorando tutto il resto. Indicativa, non a caso, la mancanza assoluta del nome di Segni, che seppe esprimere, sia pure quale meteora di una stagione, una opinione manifestata (sin dal Congresso dell’Eur da studiosi come Prodi, Tremonti, Fantozzi e tanti altri poi variamente collocatisi) e condivisa presto da larga parte degli italiani di ogni condizione sociale, come risulta da tutti gli esiti elettorali dal 1994 al 2009.

Nessuno di noi può certo pretendere di avere una misura esatta circa l’influenza dei vari fattori nel crescere del declino del paese – documentato dalla discesa, dagli anni ‘70 all’oggi, in tante classifiche circa le condizioni di sviluppo e di reddito, di istruzione e ricerca – ma i dati reali sono più forti delle speranze deluse, che da troppo accompagnano le prospettive del popolo italiano. Se non teniamo conto di un più vasto repertorio di indicazioni, rischiamo di non comprendere a pieno ciò che è accaduto e minaccia ancora di accadere.