Recensione
F.V., Il Mattino, 12/08/2010

Bruno Martino e quell'estate da odiare. Che standard

Non è stato un tormentone estivo, ma è uno dei pochi brani italiani trasformati in standard jazz grazie a Joao Gilberto, Chet Baker, Michel Petrucciani, Toots Thielemans….Una storia che Paola De Simone racconta in “Odio l’estate. Bruno Martino e il più famoso standard jazz italiano” (Donzelli, pagg 131). I paragoni internazionali con “Nel blu dipinto di blu” e “’O sole mio” sono esagerati e fuorvianti, ma piace il racconto di un successo minore, della sua lenta ma ineluttabile affermazione, e la rivalutazione del talento di Martino (1925-2000), che in Scandinavia fu più famoso che in Italia. Capossela nella prefazione sottolinea la “melodia invincibile”, “le parole dense, rallentate”, “quella ventata che non lascia niente saldo, che porta via una stagione con un’altra”, “la melodia come un rasoio” che “taglia via la vita sotto i piedi…e poi la disperazione più densa di promesse”: “Tornerà un altro inverno…cadranno mille petali di rose…la neve coprirà tutte le cose…e forse un po’ di pace tornerà”, dicevano i versi di Bruno Martino coautore del brano, scritto nel 1960 a Napoli, nell’hotel Royal, dopo un’intossicazione da frutti di mare. Brighetti, la vedova del signore del night Fiorilisa, il primo interprete di “Odio l’estate” Jimmy Fontana, Cammariere, Sellani e Bosso nel libro si muovono tra accordi più densi di parole, tra parole che non appesantiscono gli accordi. Odiano l’estate, l’aspettano per maledirla, per cantare ancora, con un altro piccolo classico della coppia Martino-Brighetti, “E la chiamano estate questa estate senza te..”