Recensione
Marina Bisogno, Leggere Tutti, 01/09/2010

L'autobiografia di Adele Cambria

Adele Cambria, giornalista, scrittrice, autrice di teatro e televisione, ha da poco pubblicato con la Donzelli Editore “Nove dimissioni e mezzo”. Un libro autobiografico, che ripercorre la vita dell’autrice, ma anche ricco di storia. Il titolo raccoglie l’esperienza del giornalismo di Cambria: un giornalismo pulito, scevro da qualsiasi compromesso morale e che necessariamente passa attraverso le dimissioni. Data, nomi, avvenimenti che hanno scandito la vita culturale e sociale del nostro paese e che, ahimè, suscitano mon poca nostalgia: laureata in Giurisprudenza, lascia a ventidue anni la Calabria per inseguire la sua vita, la sua indipendenza, imbattendosi poi nel giornalismo. “Dopo 55 anni di giornalismo, non so se buono o cattivo, ma sicuramente leale, mi sono resa conto (…)che aveva ragione De Ponticelli a dire che è un lavoro che ti ruba la vita: e peggio, ti fa ritrovare con un coacervo di frammenti, di cultura, di conoscenza, dai quali, non avendo una seconda vita, non farai in tempo a comporre un mosaico compiuto. Le difficoltà, le gioie, i viaggi, le riunioni con le ragazze di Rivolta femminile, la collaborazione con Lotta continua, le amicizie con Dacia Maraini, Elsa Morante e Oriana Fallaci. Al di là degli episodi raccontati in ordine cronologico, quello che emerge è l’amore per la vita: una vita non convenzionale, scandita a colpi di penna, contro ogni pregiudizio dettato dalla sua condizione di donna, madre e giornalista. La narrazione procede per eventi , spesso strettamente collegati, nei quali compaiono giornalisti ed illustri uomini di cultura come Pasolini o Parise. “Questa mattina, da Radio Città Futura la madre di tutte le radio libere del decennio 1968-1978, la voce emozionata di Renzino Rossellini annunciò il sequestro di Aldo Moro (…). Ma le trattative per salvare Moro, ovviamente non dipendevano da me , se non in quanto titolare si un piccolo nome da aggiungere a quello degli altri cittadini….Invece dipendeva anche da me , come giornalista, il tentativo di sollevare la coltre di una rimozione collettiva e sciagurata che sentivo quasi fisicamente calare sopra le lettere del prigioniero; come se i potenti avessero disimparato a leggere….”