Recensione
Marzio Breda, Il Corriere della Sera, 21/09/2010

Napolitano celebra Roma. "Sull'Unità nessuna ombra"

ROMA - Non ce l' hanno fatta, i duri della Lega, a mantenere un prudente basso profilo per non disturbare gli ultimi passaggi del federalismo fiscale in Parlamento. È bastato il decreto che completa e perfeziona lo status di «Roma capitale» per far affiorare risentimenti e recriminazioni. Con la richiesta di duplicare tale decisione, attribuendo analogo rango a una capitale del Nord, e con la domanda di spostare sopra il Po alcuni ministeri. Pretese che il presidente della Repubblica boccia, mutuando le parole di Cavour: «Roma, Roma sola dev' essere la capitale d' Italia». (Sottinteso: e non ce n' è altre). Parole alle quali ne aggiunge di sue, nette: «È mio doveroso impegno e assillo che non vengano ombre da nessuna parte sul patrimonio vitale e indivisibile dell' unità nazionale, di cui è parte integrante il ruolo di Roma capitale. Ruolo che non può essere negato, contestato o sfilacciato dalla prospettiva che si è aperta e sta prendendo corpo di un' evoluzione più marcatamente autonomista e federalista dello Stato». Insomma: anche, anzi soprattutto, per effetto delle spinte leghiste, si profila ormai una nuova forma-Stato, a sempre maggiore decentramento. E se in questo scenario Roma è chiamata a dare «una nuova prova di efficienza e modernità nell' esercizio di funzioni ben più ricche che nel passato», sul resto d' Italia incombe l' onere di dimostrare la propria «forza come nazione e come sistema Paese». Il che significa, per Giorgio Napolitano, un impegno a rinnovarsi «rafforzando e non indebolendo la sua unità» («valore irrinunciabile» pure per il presidente del Senato Schifani, che svolge un parallelo intervento a Palazzo Madama). Una scelta, «che dovremmo tutti condividere», di «rinnovare modernizzando ma non depotenziando lo Stato che della nostra unità, in tutte le sue articolazioni istituzionali, è essenziale tessuto connettivo». E conclude, in indiretta ma trasparente polemica con il tormentone leghista per trasferire al Nord qualche ministero: «Mortificare o disperdere le strutture portanti dello Stato nazionale sarebbe semplicemente fuorviante». Una puntualizzazione che il presidente della Repubblica si concede nell' anniversario dei 140 anni della presa di Porta Pia dove si decretò la fine del potere temporale dei papi. Ricorrenza in cui è affiancato dal segretario di Stato vaticano, il cardinale Tarcisio Bertone. Il quale, con il suo stesso benedicente arrivo davanti al monumento della «breccia» (presenze da Oltretevere finora non si erano mai viste, in questo luogo «altamente simbolico») e con il pubblico riconoscimento di Roma come «indiscussa capitale dello Stato italiano», ricompone un' antica frattura storica. «Un evento di riconciliazione e di ritrovata concordia tra Chiesa e Stato per il bene comune». Ma è nella restaurata aula Giulio Cesare del Campidoglio, dove gli viene conferita la cittadinanza onoraria, che Napolitano entra alla propria maniera nella contesa politica. Il sindaco Alemanno, intervenuto prima di lui, rivendica con orgoglio la consacrazione a «capitale» per la sua città, attraverso una riforma che le assegna funzioni «più forti e riconosciute». E la difende contro le ricorrenti invettive di chi vorrebbe confonderla con certe «zone opache» che spesso si manifestano ai margini delle istituzioni statali e locali. Dice Alemanno, con un richiamo al dare-avere fiscale: «Altro che Roma ladrona... Roma è largamente e generosamente creditrice rispetto al resto della comunità nazionale». Una perorazione che il presidente sembra sposare raccontando di come è maturato il suo «amore» per Roma (si è sposato in Campidoglio, 50 anni fa). E rammentando come Roma fu, «non a caso», «tra le grandi fonti d' ispirazione del movimento per l' unità e l' indipendenza d' Italia». Un memorandum in cui si dilunga citando - «anche a smentita di ricorrenti false rappresentazioni della trama del nostro processo unitario» - il pensiero del piemontese conte di Cavour. «In Roma concorrono tutte le circostanze storiche, intellettuali, morali, che devono determinare le condizioni della capitale di un grande Stato... la sua è la storia di una città la cui importanza si estende infinitamente al di là del suo territorio... di una città, cioè, destinata ad essere la capitale di un grande Stato».