Recensione
Alessandro Braga, Il Manifesto, 21/09/2010

La ri-presa di Roma

Ma quale «Roma ladrona», ma quale bisogno di creare una «capitale del nord». «Roma è la capitale indiscussa d'Italia». Sarà perché era presente alle celebrazione per il 140esimo anniversario della breccia di porta Pia, sarà perché proprio ieri gli è stata conferita la cittadinanza onoraria della città eterna, ma il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano non ha certo usato giri di parole nella sua difesa del ruolo di Roma come capitale indiscussa d'Italia e dell'indivisibilità dello stato italiano. E il riferimento alle ultime sparate di Umberto Bossi è chiaro come il sole. «Roma, Roma sola deve essere la capitale d'Italia», ha detto Napolitano citando con enfasi un discorso tenuto nel marzo del 1861 da Camillo Benso di Cavour. Emozionato e contento, per sua stessa ammissione, per «il forte legame con la città», il presidente della Repubblica ha parlato in Campidoglio, mentre la prima seduta ufficiale della nuova assemblea capitolina istituita al posto del consiglio comunale dal decreto su Roma capitale votato lo scorso venerdì dal consiglio dei ministri gli conferiva la cittadinanza onoraria, ricordando i tanti fatti personali che lo legano da ormai oltre 50 anni alla città, dal matrimonio con la moglie Clio ai decenni passati sui banchi di Montecitorio, senza dimenticare che «l'omaggio attribuitogli è inseparabile dal ruolo che attualmente svolge al vertice dello stato». E poi: «Mortificare o disperdere le strutture portanti dello stato nazionale sarebbe semplicemente fuorviante». E ancora: «È mio impegno che non vengano ombre da nessuna parte sul patrimonio vitale e indivisibile dell'unità nazionale di cui è parte integrante il ruolo di Roma capitale. Un ruolo che non può essere negato, contestato o sfilacciato nella prospettiva che si è aperta e sta prendendo corpo di un'evoluzione più marcatamente autonomista e federalista dello stato». Per questo, ha concluso il capo dello Stato, «nulla può giustificare la sottovalutazione e la mortificazione della consapevolezza di un retaggio che rimane componente essenziale della nostra identità e del nostro messaggio come nazione italiana. Rendo omaggio a Roma, più che mai capitale di uno stato democratico che si trasforma restando saldamente stato nazionale unitario». Soddisfattissimo delle parole di Napolitano Gianni Alemanno, che aveva parlato poco prima del presidente della Repubblica, anche lui usando toni duri nei confronti di chi insiste nel definire Roma ladrona. «Non esiste affatto la Roma ladrona che alcuni si ostinano a stigmatizzare» ha detto il primo cittadino capitolino citando il rapporto tra i soldi che Roma versa allo stato e quelli che le tornano sotto forma di finanziamenti statali. Ma il sindaco romano non si è fermato qui, e ha voluto allertare gli alleati leghisti: «Il patto che fu sottoscritto dalla Lega all'atto della riforma sul federalismo fiscale fu molto chiaro e sanciva l'inserimento nell'impianto complessivo di Roma capitale. Questo patto non può essere violato - ha avvisato - altrimenti rischia di cadere tutto l'impianto». Con buona pace di Bossi e dei leghisti, che poi Alemanno cerca di «lisciare» un po' ricordando il ruolo di capitale economica d'Italia rivestito da Milano. Ma solo «Roma ha un ruolo politico e istituzionale di capitale d'Italia». E basta. Ruolo sottolineato anche dal segretario di stato vaticano Tarcisio Bertone. Presente per la prima volta un rappresentante della chiesa cattolica alle celebrazioni della presa di Roma, il cardinale ha detto che la sua presenza «rappresenta il riconoscimento dell'indiscussa verità di Roma capitale d'Italia anche come sede del successore di Pietro». Poi, alla cerimonia a Porta Pia, ha ricordato «tutti quelli che qui caddero», condividendo il vizio italico di mettere sullo stesso piano i morti dell'una e dell'altra parte, qualunque sia l'avvenimento e qualsiasi siano gli ideali che li avevano portati a combattere. Infine ha recitato una preghiera per la concordia nazionale, chiedendo a dio di illuminare i governanti italiani affinché operino per il bene comune. Peccato non ci fosse il presidente del consiglio, forse si sarebbe sentito chiamato in causa. E peccato che non abbia potuto parlare nessun altro dal palco. Anzi, alcuni esponenti dell'Unione atei e agnostici razionalisti sono stati allontanati «colpevoli» di voler assistere alla cerimonia con le loro bandiere. Forse che Roma è sì capitale d'Italia, ma solo della parte cattolica?