Recensione
Antonio Gibelli, Corriere della Sera, 21/09/2010

Il tramonto dell' «età berlusconiana» (perché è giusto intestargli un' epoca)

All' inizio di quest' anno ho pubblicato un piccolo libro nel quale ho cercato di trattare l' età berlusconiana in prospettiva storica, partendo dalla constatazione che Berlusconi è stato nel bene e nel male il protagonista di un' epoca della storia nazionale, al punto di poter aspirare legittimamente a darle il nome. Mancava un capitolo, quello della fine, senza il quale ogni narrazione storica resta sospesa. O meglio, il capitolo c' era, ma portava nel titolo un punto interrogativo: Fine di un' epoca? Forse oggi è possibile riscriverlo senza il punto interrogativo. In attesa di una seconda edizione aggiornata, provo a farlo qui. L' implosione del berlusconismo trionfante, cominciata l' estate scorsa con l' emergere degli scandali sulle sue condotte personali, ha registrato nel corso del 2010 una improvvisa impennata, che sembra ormai alzare il sipario sull' ultimo atto. Accanto al succedersi ininterrotto di scandali a carico di esponenti del governo e del partito di maggioranza, è venuto progressivamente a maturazione, fino ad esplodere in una clamorosa frattura, il dissenso interno col presidente della Camera Fini che era stato fino a quel momento contenuto e sembrava lontano dal preludere a uno scontro frontale. L' evento simbolico che ha innescato il processo è accaduto in aprile. Nel corso di una riunione pubblica, i due si sono fronteggiati con toni di sfida, finché a un certo punto Fini si è alzato puntando l' indice contro l' interlocutore e rivolgendogli perentoriamente la domanda: «Che fai, mi cacci?». Era una premonizione. L' espressione di Berlusconi ha dato la misura del suo sconcerto di fronte a qualcosa cui non è abituato e che non sopporta: il contraddittorio. L' esito è apparso subito deflagrante, come ha mirabilmente sintetizzato uno schizzo del disegnatore Mannelli comparso sul quotidiano Il fatto del 24 aprile: un dito impertinente e minaccioso, sfiorando il volto del capo, produce una scossa che manda in pezzi il personaggio a partire dal naso, quasi fosse un pupazzo di legno malamente assemblato. La scossa non si è più fermata, culminando nei provvedimenti disciplinari presi a luglio contro gli esponenti finiani più in vista, nella richiesta di dimissioni dello stesso Fini - considerato ormai capo di una frazione interna - dalla presidenza della Camera, nella formazione, da parte dei deputati e dei senatori legati a Fini, di gruppi parlamentari autonomi, intenzionati a mantenere l' appoggio al governo solo nei limiti del programma concordato ma riservandosi per il resto libertà di azione. Era l' annuncio che la maggioranza uscita dalle urne del 2008 si era scomposta e scricchiolava. Il potere del capo del governo è apparso improvvisamente fragile e esposto come mai prima a rischi di logoramento. Minacce e ricatti non hanno fermato Fini, che ha lanciato contro il suo avversario un' accusa pesante: quella di avere una concezione plebiscitaria del partito e un' idea proprietaria delle istituzioni e dello Stato. Ha inoltre posto come centrale il tema della legalità, con allusione fin troppo esplicita ai sospetti di corruzione pendenti su alcuni vertici del PdL e ai maldestri tentativi di assicurare l' impunità al capo del governo. Per la prima volta una diagnosi tanto radicale sulla patologia in atto è venuta dal cuore stesso della maggioranza, nel punto di sutura del suo architrave. Per paradosso folgorante e con effetto surreale, a denunciare puntualmente i tratti neoautoritari del berlusconismo, a coglierne le pericolose derive plebiscitarie e populiste, è stato l' erede della destra postfascista, al culmine di una metamorfosi che l' ha portato ad abbracciare in pieno il lealismo costituzionale e i principi dello Stato di diritto. In questa presa di posizione era implicita l' ammissione, tardiva e per così dire terminale ma per questo anche più lacerante, di un errore compiuto: essersi affidati all' astro nascente del capo carismatico, fino alla fusione, non solo per uscire dalla marginalità politica e assicurare la vittoria delle destre nella transizione, ma per dar vita a una svolta liberale e riformatrice nella politica nazionale. Niente di tutto questo nella politica berlusconiana, mentre la destra italiana assomigliava sempre più a quelle sudamericane che a quella europea vagheggiata da Fini come un traguardo. Cominciata nel 1993 con l' appoggio dato dal campione delle Tv private al giovane Fini nella competizione elettorale per il posto di sindaco di Roma, preludio alla vincente alleanza tra vecchie e nuove destre, l' epoca giunge virtualmente alla fine con la loro irrimediabile rottura. A dispetto dei suoi ripetuti successi, della vastità dei suoi poteri, della schiacciante maggioranza parlamentare conquistata solo due anni fa, dello scandaloso monopolio mediatico, Berlusconi appare in grave difficoltà ed è ben lontano dal garantire agli italiani la stabilità, la serenità e il tranquillo perseguimento del proprio benessere che ha loro promesso col suo eterno sorriso. A distanza di oltre un quindicennio dalla sua andata al potere, la situazione ha imboccato un tunnel senza uscita, con le istituzioni logorate, un governo paralizzato, una campagna elettorale permanente, un partito dell' amore dilaniato da odi feroci e conflitti senza fine, un presidente imprenditore parte attiva del «teatrino della politica» da sempre aborrito. La «seconda Repubblica» è deragliata e con essa la «nuova storia italiana» del Cavaliere lombardo che ha affascinato con la sua narrazione una quota consistente di italiani per un tempo relativamente lungo. Ciò non significa che si possa prevedere a breve termine la sua uscita di scena, ma solo che la via del declino è cominciata. All' orizzonte di quella che si annunciava come la legislatura più duratura e priva di ostacoli, si profilano elezioni anticipate che gli esponenti della maggioranza a giorni alterni deprecano come dannose e invocano come riparatrici, rifiutando di prendere in considerazione la riforma di una legge elettorale da essi stessi definita un obbrobrio, che ha trasformato la democrazia in oligarchia dando ai capi partito un potere illimitato sugli eletti. Ma la storia insegna che il ripetuto appello al popolo in una condizione di forte instabilità politica ed economica non è affatto la soluzione dei problemi né la garanzia della democrazia. Anzi, può ritorcersi nel suo contrario. C' è solo da augurarsi che non sia questo il caso. E che dunque il tramonto del leader non determini un collasso della già logora democrazia italiana. professore ordinario di Storia contemporanea all' Università di Genova, autore di Berlusconi passato alla storia (Donzelli Editore)