Recensione
Gianfranco Franchi, Il Secolo d'Italia, 22/09/2010

Lo storico: vi spiego i sintomi della fine del berlusconismo

I cittadini francesi stanno per leggere la traduzione di Berlusconi passato alla storia (Donzelli), profetico saggio di Antonio Gibelli, docente di Storia contemporanea all'Università di Genova: ha anticipato la fine d'un'epoca. Professore, ieri sul "Corriere della Sera" ha scritto che la «seconda repubblica» è deragliata e con essa la «nuova storia italiana» del Cavaliere: è cominciato il declino del berlusconismo. A quale prezzo? Temo sia un prezzo molto alto. Sono convinto che l'Italia sia bloccata per via dell'egemonia di un personaggio che ha guadagnato uno straordinario potere personale con una visione proprietaria dello Stato. Ciò ha irrigidito la vita pubblica, deformandola. Sono in atto resistenze istituzionali, rispetto al potenziale di degenerazione del fenomeno: queste resistenze, tuttavia, non sono ancora "energia alternativa costruttiva". Tra le resistenze, ci metto quella di Futuro e Libertà per l'Italia. A suo tempo avevo individuato questo fenomeno della rottura interna, per via dell'inquietudine del gruppo finiano. Adesso s'è sviluppato... Ma l'energia, la determinazione, l'ostinazione con cui il personaggio di cui stiamo parlando opera sono tali che il rischio della collisione è forte. Ha già adombrato il collasso della «già logora democrazia italiana», in caso di nuove elezioni... Quando aumenta la confusione aumentano le tensioni interistituzionali. Aumentano le prese di posizioni eversive: eversioni allo stato puro sono le confusioni leghiste tra partito e Stato, come nella vicenda di Adro laddove abbiamo osservato che il potere della Lega, in una parte del territorio, si sostituisce al potere dello Stato. Questi elementi, mescolati assieme, nel caso che le elezioni non producano un risultato univoco o confermino lo strapotere di Berlusconi, potrebbero esasperare certi tratti. Bisogna essere cauti, ma c'è il timore di scenari di degenerazione della Repubblica. Cosa significa la «vocazione totalitaria»? Lei ha parlato di «democrazia autoritaria»... L'uso di questi aggettivi è sempre molto difficile. Hanno una loro inerzia e una loro chiara connotazione, storicamente ben precisa: bisogna stare attenti a non abusarne. Si può parlare di una vocazione totalitaria, non di un totalitarismo in atto. C'è una tendenza a una visione proprietaria dello Stato e delle sue istituzioni. Se il potere esecutivo si percepisce indipendente rispetto al resto allora la vocazione è totalitaria, soprattutto se il potere esecutivo ha in mano il potere mediatico: quello di plasmare le menti dei cittadini. Dissenso con Fini: tutto è nato nell'aprile scorso oppure le radici sono molto più antiche? Fini era già chiaramente a disagio nei giorni assurdi della scenata di «Schultz Kapò»: ma agli analisti politici quella era sembrata una questione superficiale di differenza di stile politico. La cosa è maturata nel tempo ed è esplosa. Possiamo aggiungere che Fini pensava, da tempo, ad andare oltre schemi desueti come l'anticomunismo. Berlusconi ne ha bisogno, invece, perché si tratta di un elemento simbolico molto forte. Lui, così facendo, da un lato agita un fantasma astratto ma efficace, dall'altro pesca in un substrato profondo, al tempo in cui l'anticomunismo era considerato salvifico. E così ne fa un potente strumento di antagonismo. Lui non può vivere nella normalità delle alternanze: ha bisogno di un nemico interno. Negli ultimi tempi sono stati contestati la concezione plebiscitaria del partito, l'idea proprietaria delle istituzioni e dello Stato, sospetti rapporti con politici corrotti. Professore, esistono due destre? Direi che tutte queste critiche sono più che sufficienti per determinare una distanza abnorme tra una destra e un'altra. Non si era mai vista una cosa del genere in una democrazia: che il capo del governo pensi allo Stato come a una sua proprietà e la usi in questo modo. Quando Fini denuncia questo atteggiamento denuncia una patologia molto grave, dalla quale si esce con grande difficoltà. Quando si cercava ancora di indicare la contrapposizione come un fatto personale, caratteriale... era tutto estremamente fuorviante. Fini ha sempre indicato elementi di dissenso di fondo, assolutamente irrecuperabili. A Mirabello ha saputo raccontarli in modo articolato. Quando ha criticato Gheddafi, ad esempio, Fini ha ricordato che non garantisce i diritti civili e i diritti delle donne: insomma, per contrapporsi alla sua politica s'è servito di elementi universali e non di islamofobia. Mi sembrano tratti fondanti di un codice politico importante, in rotta di collisione totale col berlusconismo. Spero siano gli elementi portanti d'una fine che non deve portare disastri con sé: disastri determinati dalla salvaguardia della propria posizione personale. L'idolatra di se stesso, come insegnava qualcuno, può diventare il tiranno degli altri. Nel suo libro, scriveva che si può «prevedere il declino biologico del leader»... Certo: stavo parlando del "corpo del capo", riprendendo e sviluppando a mio modo la questione aperta dal libro di Belpoliti. C'è, nel caso di Berlusconi, un investimento sul corpo come elemento del messaggio politico, e c'è un problema di arginamento del declino del suo corpo: non basta una costante operazione di restauro. Il restauro non ha un potere illimitato, a dispetto di quanto si vocifera. Questo maquillage produce uno sforzo ostinato e pericoloso: il ritocco, quando si cerca di arginare l'evoluzione biologica, può dare vita a risultati mostruosi. Il declino biologico può essere un indizio del tramonto... o un elemento di questo tramonto. E allora come interpretare i servizi fotografici estivi di "Chi" alla figlia Marina, e le successive voci d'una sua prossima investitura? Questa è un osservazione sottile... ma credo che il cambiamento di bersaglio dell'icona corporea dal padre alla figlia sia stato solo un diversivo. Questo è uno di quei casi in cui non credo possa esistere una trasmissione di potere del genere. Professore, s'avvicina davvero la fine di un'epoca? Nel mio libro raccontavo che quel che si poteva intravedere, a gennaio, era un maggiore scollamento della maggioranza: immaginavo contrasti più espliciti tra l'alleato leghista e la componente legata al presidente della Camera, decisa a fondare una destra europea estranea alle derive plebiscitarie e populiste. Diciamo che avevo inteso tutti i sintomi...