Recensione
Pietro Scoppola, Il Messaggero, 16/09/2010

In difesa della città simbolo, custode dei valori nazionali

Uno sguardo attento e non ideologico sulle questioni che costituirono i nodi fondativi del processo di costituzione dello Stato italiano. Nel libro I discorsi di Roma capitale (Donzelli editore, pp.llO, 15 euro) di Camillo Benso di Cavour, sono raccolti i tre discorsi pronunciati neI 1861, nel nuovo Parlamento italiano appena costituitosi, dal primo presidente del Consiglio del Regno d'Itaha. E si evidenzia quanto fosse divisa l'opinione degli uomini del Risorgimento attorno alla questione romana . Pubblichiamo di seguito una parte del saggio introduttivo di Pietro Scoppola.

di PIETRO SCOPPOLA DEI tre discorsi sulla questione romana che il conte di Cavour pronunci agli inizi della primavera dell 861, a pochi giorni dalla proclamazione del Regno d'Italia, i primi due, pi noti, furono detti alla Camera dei deputati nel corso della discussione su una interpellanza del deputato Audinot; il terzo, meno spesso ricordato, nel Senato del Regnoin risposta ad una interpellanza del senatore Vacca.

I tre discorsi hanno una loro ideale chiave di volta nella famosa formula «libera Chiesa in libero Stato»: ripetuta pochi mesi pi tardi da Cavour negli ultimi momenti di vita, tale formula è parte essenziale del suo testamento politico ed è rimasta quale pietra di paragone della politica eccle siastica italiana nei decenni Successivi.

Ma ancorprima di accennare al dibattuto tema delle origini e del significato della formula cavouriana sono da richiamare brevemente le circostanze in cui quei discorsi furono pronunciati, al di fuori delle quali la formula stessa rischia di perdere molto del suo significato e della sua carica politica.

Dei due problemi Roma eVenezia che le fortunate vicende del 1859-60 avevano lasciati aperti, il primo si presentava come il pi delicato e complesso per le molte implicazioni non solo politiche ma spirituali e psicologiche. L'aspirazione a Roma, vivacemente alimentata dal Partito d'azione, era diffusa con varie e diverse motivazioni anche nelle file della Destra: si temeva di assicurare a Mazzini un facile successo nella opinione pubblica lasciando a lui solo e ai suoi seguaci il monopolio, per così dire, della rivendicazione di Roma capitale; si sentiva il fascino delle grandi ffiemorie del passato e del nome stesso di Roma; in alcuni l'aspirazione a Roma si associava a quella di una riforma della Chiesa che solo la fme del potere temporale avrebbe reso possibile; Roma sola, infine, sembrava offrire una risposta da tutti accettabile al problema della scelta di una capitale nazionale, al di sopra dei contrasti municipali altrimenti insanabili.

Per la verità non mancavano nelle file della Destra orientamenti antiromani: Massimo d'Azeglio, per ricordare solo l'intervento pi deciso e pi lucido, nell'opuscolo Questioni urgenti. Pensieri, comparso all'inizio del marzo 1861, aveva preso posizione contro tutti gli argomenti invocati dai fautori di Roma capitale: egli negava ogni rapporto fra le memorie di Roma antica e l'Italia nuova; la quale, scriveva, «si fon In difesa della città simbolo, custode dei valori nazionali Un libro riunisce i tre discorsi del primo presidente del Consiglio del Regno d'Italia L'aspirazione all'Urbe, alimentata dal Partito d'Azione, era diffusa anche nelle file della Destra *** da sulla responsabilità del governo; sull'indipendenza de' caratteri, delle opinioni, sull'emulazione de' partiti, Sull'onestà e pubblicità dell'amministrazione, su la libera iniziativa lasciata a tutte le forze della nazione... Che cosa ha che tare tutto questo si chiedeva colle memorie dell'antico mondo romano, il quale non vedeva altra base alla sua grandezza f ori della schiavit de' popoli?».

D'Azeglio affermava altresì l'opportunità di evitare un conflitto con il Pontefice; a Roma in definitiva preferiva Firenze «centro dell'ultima civiltà italiana del Medioevo, centro della lingua» e pi idonea, ai suoi occhj, alle esigenze della capitale del nuovo Regno d'Italia. Argomenti mai sopiti, ripresi dagli antiromani con particolare vigore dieci anni dopo, alla vigilia del trasferimento della capitale in Rma, ai quali le vicende successive non mancheranno di dare, per taluni aspetti almeno, conferma; ma essi, di fatto, non mcidevano molto, allora, sull'opinione pubblica, non valevano a contrastare efficacemente le aspirazioni a Roma.

Tuttavia queste aspirazioni dovevano misurarsi con ostacoli e difficoltà di cui gli uomini dellà Destra, e Cavour per primo, erano lucidamente consapevoli. Napoleone III contro cui si era sollevata dopo Villafranca e poi di nuovo dopo la cessione di Nizza e della Savoia tanta parte déll'opinione pubblica italiana era pesantemente condizionato dall'opinione pubblica del suo paese, specialmente cattolica, non disposta a tollerare ulteriori violazioni di quel poco che restava dello Stato pontificio. Unica via per non perdere definitivamente l'appoggio dei cattolici francesi del quale aveva bisogno, senza volgere le spalle ai liberali italiani, tradendo quella causa italiana per la quale aveva combattuto, era, per Napoleone III, quella dell'accordo con Roma.

Da un'analogalogica era sospinto all'accordo con Roma anche Cavour: occorreva smentire una interpretazione rivoluzionaria delle ultime vicende italiane, placare le preoccupazioni di potenze straniere, scongiurare il pericolo di un loro intervento per il ripristino dello statu quo; sanare la ferita aperta nella coscienza cattolica dalla invasione di una parte dello Stato pontificio