Recensione
Corrado Augias, Il Venerdì di Repubblica, 17/09/2010

Il fiume della narrazione e l'eterno Conte di Dumas

All’età in cui si conoscono i libri d’avventura, avevo letto tra l’altro “Il conte di Montecristo” di Alexandre Dumas. Giorni addietro ho aperto la nuova edizione appena pubblicata da Donzelli e ho cominciato a scorrerla più che altro per curiosità. Sono caduto dentro il meccanismo narrativo senza più uscirne. Quella di tanti anni fa doveva essere un’edizione ridotta, questa è integrale e per di più con una prefazione e un dizionario dei personaggi , quelli citati e quelli protagonisti, a cura di Claude Schopp. La vicenda è nota a tutti: Edmond Dantès, giovane ufficiale di marina, è un ragazzo ardente e ingenuo. Dopo un’ingiusta accusa ordita da alcuni loschi figuri e convalidata da un perfido magistrato, viene rinchiuso nel terribile carcere sull’isola d’If. Dopo anni di reclusione riesce ad evadere grazie all’immenso tesoro che l’abate Farìa, compagno di pena, gli fa trovare diventa ricchissimo. In carcere il ragazzo dagli occhi ardenti è dolorosamente maturato, gli insegnamenti di Farìa, un secondo padre, lo hanno fatto colto, la sua intelligenza naturale ha fatto il resto. Dantès, ora Conte di Montecristo, può organizzare con sagace calma la sua vendetta contro i nemici di allora diventati anch’essi nel frattempo ricchi e importanti. Che cosa sappia ricavare da questo impianto un creatore geniale di intrecci come Dumas, si può a stento immaginare. Le avventure e i colpi di scena si susseguono l’uno all’altro imposti anche dall’iniziale cadenza da feuilleton del racconto. La parte italiana ha un rilievo quasi pari a quella che ha per come teatro Parigi, con indimenticabili pagine su Roma e sul suo carnevale. Dumas aveva soggiornato a lungo in Italia, conosceva bene i suoi abitanti, al pari di Stendhal coglie l’aspetto tenebroso del paese: le maestose rovine e le catacombe diventate covo di banditi, il pugnale e il veleno usati come strumenti di governo, la ferocia delle esecuzioni pubbliche (per “mazzolamento”) in piazza del Popolo. Parigi mostra il fasto, le carrozze, le passeggiate al bois, le grandi dimore. Occasionalmente ci si imbatte in frasi che mettono a nudo l’epoca (prima metà dell’Ottocento). Come questa, clamorosa: “La bellezza di Madame Danglars era ancora notevole nonostante i suoi trentasei anni”. Dopo la vendetta, felicemente consumata, arriva la redenzione. A un racconto non si può chiedere di più.