Recensione
Guido Gentili, Il Sole 24 ore, 14/09/2010

Perchè il coro Tremonti - Bossi adesso stona

Come sarà il federalismo? «Sarà equo, solidale, l'unico modo per tenere unito il paese». La riforma fiscale? «Non è il mito della magica riduzione». Il Mezzogiorno? «Prima ci vuole lo stato, poi il federalismo. Rifarei la Cassa per il Mezzogiorno». Negli ultimi giorni, il ministro dell'Economia Giulio Tremonti ha (una volta di più) colpito in contropiede, spiazzando la facile lettura, a sinistra come a destra, del governo a trazione leghista, anzi ostaggio della Lega. E di Umberto Bossi che, archiviato con successo la partita federalista («la va a ore»), è pronto a una nuova battaglia, quella del trasferimento di alcuni ministeri nelle città del Nord.

Ma, insomma, che succede? Il federalismo (la riforma entrerà a regime non prima del 2016) è comunque già cosa fatta, e per di più nella sua versione più "solidale" a tutela di un Mezzogiorno per il quale si rispolvera la Casmez nata giusto sessant'anni fa, il 10 agosto del 1950, riformata nel 1984 e chiusa (all'insegna del fallimento) nel 1992? Qualche conto sembrerebbe non tornare tra gli alleati di ferro Bossi e Tremonti, entrambi assistiti, per così dire, dalle abili mediazioni del collega ministro per la Semplificazione Roberto Calderoli.

Due le possibili spiegazioni. La prima. Non c'è in realtà alcuna distinzione di rilievo, ciascuno fa la sua parte. Tremonti, che tiene i cordoni della borsa e guarda all'Europa, ha fatto della prudenza la sua bussola, non promette rivoluzioni ma riforme (concertate, come nel caso del fisco) di lunga prospettiva. Bossi, per il quale la questione identitaria è decisiva, parla al "suo" popolo scalpitante delle valli. Ma tutt'e due sanno fin dove possono o non possono spingersi ed entrambi sanno perfettamente (come il premier Silvio Berlusconi) che al Sud, in termini di consensi elettorali, si gioca una partita decisiva, in competizione diretta, prima ancora che con la sinistra, con il costituendo polo centrista. Dunque, niente strappi e piuttosto, nei fatti, rinnovata attenzione (e comprensione) per il Sud tanto bisognoso d'investimenti quanto "sospettoso" di un impianto federalista troppo orientato a Nord.

Seconda spiegazione: il federalismo italiano ha in realtà due anime e non è affatto detto che queste non finiscano per entrare in rotta di collisione. In un saggio (Né uniti né divisi) appena edito da Donzelli, il professor Marcello Fedele, sociologo che insegna all'Università La Sapienza di Roma, tratteggia questo possibile scenario. Per Tremonti, cui interessa soprattutto il rispetto dei vincoli internazionali, il federalismo - afferma Fedele - è solo una «metafora del cambiamento», necessario per ridurre la spesa pubblica, responsabilizzando le autonomie locali. Per Bossi, definito sul piano politico un "occasionalista", pronto a negoziare su tutto qualora se ne presenti la necessità, la devolution «ha senso perché consente il trasferimento al Nord di parte delle risorse finora spese nel Sud», senza mettere mano al taglio delle province e alla rete dei piccoli comuni, campo d'elezione della Lega.

C'è probabilmente del vero in tutt'e due le spiegazioni. E per capire quanto sarà "solidale" (e meno competitivo) il nuovo federalismo, ne sapremo di più solo quando avremo (come nel caso dei famosi costi standard che sostituiranno il criterio della spesa storica) i dati in mano.