Recensione
Claudio Vercelli, Il Manifesto, 07/09/2010

Indagine sulle origini della attuale decadenza italiana

Riprendendo i versi del poeta Giorgio Caproni, Guido Crainz dice di essere giunto alla «disperazione calma, senza sgomento». Per sfuggire alla morsa delle antropologie negative, esercizio di cinismo per menti tanto raffinate quanto imbelli, l'autore si impegna in un lavoro di riflessione sul nostro paese che è anche un esercizio di gobettiana autoriflessione. Dinanzi alla sensazione sgradevolissima di una irrimediabile caduta, Crainz si domanda come si possa articolare e declinare il senso del disastro che stiamo vivendo evitando quei luoghi comuni che sono parte stessa della tragedia. Ne esce fuori un volumetto polifonico, che è tutto fuorché di agile colloquio: mentre la narrazione dell'autore è limpidamente scorrevole, e si nutre a una pluralità di fonti - dalla letteratura alla storiografia, passando per il cinema -, gli occhi del lettore si fanno, di pagina in pagina, sempre più affaticati dal rintracciare nelle righe il disegno di una decadenza che ha più di un riscontro nella nostra storia. La mente non può che andare al fascismo, per associazione di idee. Ma mentre allora la nazione si costruiva sotto la rassicurante apparenza collettiva di un'adolescenza tracotante e bullista, di cui il mussolinismo si faceva garante, oggi la «casa degli italiani» è lo spirito infantiloide e regressivo di un narcisismo amorale, dove l'«individualismo protetto» è il suggello del decesso del diritto e dell'apoteosi dell'arbitrio e della discrezionalità. Nella morte della politica si celebra l'apogeo del familismo, dei nepotismi, della riduzione della sfera pubblica a fatto individuale. La prima volta nella quale si toccò con mano l'oltrepassamento della separazione tra pubblico e privato, che avrebbe poi trionfato nella biopolitica berlusconiana non senza transitare attraverso l'immagine di Bettino Craxi, fu durante la liturgia stanca che si svolse dopo la morte di Aldo Moro, vuota pantomima di un potere che si voleva etrno e invece era già morto. La vicenda di Vermicino nel 1981, con la morte in diretta di un ragazzino caduto in un pozzo, ossessivamente ripresa e raccontata con voyerismo esasperato, introduceva poi gli anni del grande cambiamento, quelli che avrebbero portato alla videocrazia odierna, forma concreta della democrazia populista mediterranea. I «lunghi anni Ottanta», infatti, furono segnati dal declino dell'identificazione nella classe dei produttori, sostituita sempre più spesso da quella dei consumatori. Dall'interclassismo democristiano, che voleva fare transitare il paese da proletari a proprietari, si stava così andando verso un nuovo orizzonte, fatto del ritorno del plebeismo come matrice profonda (e rassicurante) di una identità nazionale basata su una accumulazione bulimica e del tutto priva di qualsiasi retroterra culturale. In questo, il già decantato nord-est della modernizzazione senza sviluppo si incontrava con il sud di una nazionalizzazione senza progresso. Tra i tanti che hanno entomologicamente raccontato la discesa verso il basso di una Italia che non ha mai aspirato a nessuna forma di elevazione c'è Walter Siti in Contagio che, nelle sue iperboli, ben si accompagnerebbe, come contrappunto letterario, a certe pagine di Crainz. Non a caso entrambi gli autori rivelano una sospettabilissima vena pasoliniana, sia pure da due sponde intellettuali distinte. Il mutamento si è consumato trent'anni fa ma quell'insofferenza verso le regole del gioco, che tradisce l'indisponibilità verso qualsiasi competizione ad armi pari, è lo stigma di un modo di essere che dura da sempre. Crainz è indisponibile verso qualsiasi forma di autoindulgenza. Il suo libro, che registra, con impietosità, anche il nostro smarrimento, sembra essere il prodotto di una mente calvinista. Anche per questo ci dice che rischiamo di morire senza essere democratici né, tanto meno, cristiani.