Recensione
Giulio Ferroni, L'unità, 03/09/2010

Solo piccoli editori potevano salvare Il conte di Montecristo

Quale vitalità, quale incalzante ritmo narrativo, quale pullulare di personaggi, di sorprese, di passioni, di misteri, di eccessi, di meraviglie e di risentimenti nel grande romanzo di Alexandre Dumas padre “Il conte di Montecristo” , scritto e pubblicato a puntate poco prima della metà dell’Ottocento, quando da noi era appena uscita l’edizione definitiva dei “Promessi sposi” . Romanzo che ha nutrito tantissime generazioni di lettori “popolari” , soggiogandoli con le sue vicende eccezionali , radicate nella realtà della Francia e dell’Italia ottocentesca, sostanziate di dati storici e culturali, ma tutti messi in movimento, in un gioco avventuroso in cui si intrecciano bene e male, generosità e vendetta, fortuna e desolazione: senza soste e senza fine. Oggi questo formidabile feuilleton non è più letto come un tempo e che pochi conoscono ormai conoscono i nomi di Edmond Dantès e dell’abate Faria ( che invece ancora nel primo Novecento erano ben noti negli ambienti popolari): ora che è stato soppiantato dalle tante forme più populiste che popolari che circolano nei media contemporanei; possiamo riconoscere quanto alto fosse comunque il livello, la tensione culturale e simbolica di un’invenzione scaturita tanto in fretta dalla penna dell’autore, pur tanto carica di ridondanze, pur non priva di sciatterie e schematismi ( che però nel loro carattere così distante dalle sciatterie pubblicitarie tanto in uso oggi , rivelano persino un loro valore, un loro indefinibile fascino). Lettura davvero piacevole che trascina e non lascia respiro, per il lettore italiano, può essere ora quella della traduzione di Gaia Panfili pubblicata da Donzelli e condotta sul testo critico francese stabilito nel 1993 da Claude Schopp ( di cui vengono riportate anche la prefazione e il dizionario dei personaggi): una traduzione che si libera dalla ampollosità delle traduzioni ottocentesche, che sopravvive invece nelle altre traduzioni correnti in Italia. Qui c’è un fatto davvero curioso: le due edizioni correnti presso i maggiori editori italiani, cioè quella della Bur e quella degli Oscar Mondatori, sono indicate entrambe come opera di uno stesso traduttore, Emilio Franceschini: ma il bello è che questo signore non esiste, mentre tutte e due le traduzioni attribuitegli sono modellate su una anonima benemerita traduzione ottocentesca pubblicata dall’editore Salani. Ciò mostra, se ce ne fosse bisogno, quanto sia essenziale il lavoro dell’editoria di cultura e come spesso le case editrici “piccole” e indipendenti riescano a mettere in cantiere operazioni davvero impegnative, dando nuova vita a classici che i grandi editori si limitano spesso a macinare indifferentemente nel loro calderone. Senza disporre dei tesori del Conte di Montecristo , i piccoli editori sanno spesso rimediare alle troppo frettolose e incongrue delle grandi macchine editoriali: così la traduttrice di Donzelli ha liberato l’incolpevole inafferrabile raddoppiato Franceschini, offrendo una traduzione davvero fresca e scintillante. Una lettura sostanziosa ed avvolgente, anche per i lunghi pomeriggi d’estate, con buona pace di traduzioni riciclate e traduttori inesistenti