Recensione
Corrado Premuda, Il Piccolo, 10/08/2010

Esce in Italia "La mia storia", quasi una autobiografia della diva al tempo di Joe di Maggio

Non è esagerato dire che su Marilyn Monroe sono stati letteralmente versati fiumi d’inchiostro. Quasi tutte le persone che l’hanno frequentata, o anche solo sfiorata, non hanno resistito alla tentazione di scrivere la loro versione sulla vicenda umana e artistica di quella che resta, a tutt’oggi, la più splendente star del panorama divistico e cinematografico. Il clamoroso successo, l’amore del pubblico, la vita sentimentale tormentata e la tragica fine ancora non del tutto chiarita hanno fatto di Marilyn un personaggio storico, una leggenda che rimane intaccata nei decenni e che, a quasi cinquant’anni dalla morte, continua ad alimentarsi attraverso i suoi indimenticabili film, le sue immagini sempre presenti nell’immaginario collettivo e i materiali editoriali che invadono ciclicamente le librerie. Infatti intorno al 5 agosto – data della scomparsa dell’attrice - ogni estate è scandita dall’uscita di documentari, reportage televisivi e libri che pretendono di raccontare qualcosa di inedito, e preferibilmente di piccante, relativo alla Monroe. Anche quest’anno il rito si sta consumando ma con una gradita sorpresa destinata a incuriosire non solo i fan del mito biondo platino: Donzelli Editore pubblica finalmente in Italia, con traduzione di Andrea Mecacci, “La mia storia” (pagG. 225, euro 19,00) , un libro che raccoglie le riflessioni autobiografiche di Marilyn raccolte e scritte dalla diva insieme a Ben Hecht, noto scrittore e sceneggiatore di Hollywood. Quindi non l’ennesima ricostruzione della vita dell’attrice ma il racconto fatto dalla stessa Marilyn in prima persona delle vicende legate alla sua difficile infanzia, agli esordi nel mondo dello spettacolo, alla sessualità, fino ad arrivare al matrimonio con Joe DiMaggio e al tour in Corea in visita alle truppe americane. Il libro è il frutto del lavoro svolto nel 1954 dall’attrice insieme a Ben Hecht, chiamato dall’agente della Monroe per scrivere la prima autobiografia della diva più amata di Hollywood, e costituisce un documento emozionante e per certi versi incredibile: è proprio Marilyn a raccontare, a cuore aperto, i fatti più importanti della sua vita dall’infanzia agli anni Cinquanta. Nei primi anni di vita, Norma Jean (vero nome dell’attrice) è una bambina triste che non si sente amata, affidata di volta di volta a famiglie adottive che se ne occupano a pagamento a causa dei problemi psichici della madre: il giorno più bello è quando, a sette anni, la madre la porta con sé in una casa tutta loro, ma sarà per poco. È allora che Norma vede in fotografia suo padre, che non conoscerà mai: un bell’uomo che assomiglia tanto a Clark Gable, attore con cui un giorno Marilyn riuscirà a recitare. Da ragazzina sogna di attrarre l’attenzione delle persone, cerca la bellezza che per lei consiste nel ricevere complimenti e in chiesa sente la voglia di essere ammirata nuda per non doversi vergognare del suo solito vestito da orfana. A riportarla di colpo a terra è un episodio che le capita a nove anni: viene molestata da un pensionante della famiglia che la ospita, un uomo distinto, religioso e ipocrita. Forse è per questo che, adolescente, mentre il suo corpo si trasforma e attrae tutti i ragazzi della scuola, lei non sente interesse verso il sesso: «Non pensavo che il mio corpo avesse qualcosa a che fare con il sesso. Era più come un amico che era misteriosamente apparso nella mia vita, una specie di amico magico». Si convince di piacere tanto perché essendo orfana i ragazzi non devono preoccuparsi dei suoi genitori; allora per liberarsi degli ammiratori decide di sposarsi, giovanissima, ma quel primo matrimonio durerà poco. Inizia a lavorare come modella e sogna il cinema: «Non devi sapere niente per sognare intensamente. Io non sapevo niente di recitazione». La Hollywood che conosceva lei era quella dei falliti e dei bugiardi, come sua madre (montatrice per uno studio), ma non ci mette molto a capire di cosa è fatta “la fabbrica dei sogni”: «A Hollywood la virtù di una ragazza è molto meno importante della sua acconciatura. Sei giudicata per come appari, non per ciò che sei. Hollywood è un posto dove ti pagano mille dollari per un bacio e cinquanta centesimi per la tua anima. Lo so perché ho rifiutato abbastanza spesso la prima proposta e ho resistito davanti a quei cinquanta centesimi». La carriera però stenta a decollare e, dopo l’ennesimo approccio di tipo sessuale da parte di un produttore che le promette in cambio una parte, una Marilyn disincantata e profetica dice a se stessa qualcosa che fa venire i brividi: «Sì, avevo qualcosa di speciale e sapevo cos’era. Ero il tipo di ragazza che trovano morta in una camera da letto con un flacone vuoto di sonniferi in mano». Lei invece è sempre stata attratta da uomini schivi, quelli che portano gli occhiali, ma per anni non prova interesse per il sesso, al punto da convincersi di essere frigida o lesbica. Poi finalmente il cinema che conta si accorge di lei: gira una piccola parte in un film del fratelli Marx («Mi sorrisero come se fossi un pasticcino di pasta sfoglia») e John Huston le offre un ruolo decisivo in “Giungla d’asfalto”. È nata la stella di Marilyn Monroe. All’inizio per lei recitare nei film, tra uno stop e l’altro, è quasi una farsa: «Non c’è nessuno per cui recitare se non te stesso. È come i giochi che si fanno da bambini quando fingi di essere qualcun altro». Il mondo scintillante e finto di Hollywood, fatto di guerre tra studio, party e giornalisti a caccia di scoop, le rivela subito due temibili nemiche: Zsa Zsa Gabor e Joan Crawford, probabilmente invidiose della sua continua ascesa. Marilyn invece ha voglia di imparare, di riscattarsi dall’infanzia miserabile a cui l’hanno obbligata, s’iscrive a scuola, compra e legge libri su libri, frequenta l’attore Michael Cechov, nipote di Anton. Poi è la volta dell’amore: conosce Joe DiMaggio e se ne innamora, al punto che per lui abolisce le scollature dai suoi abiti. Si sposano e in viaggio di nozze vanno in Giappone: ma sull’aereo che li porta in Oriente un generale dell’esercito le chiede di esibirsi per le truppe americane in Corea. DiMaggio la invita ad accettare e Marilyn, al posto della luna di miele, si ritrova su un palco acclamata dai soldati urlanti. Qui termina il manoscritto di Marilyn raccolto da Ben Hecht . Invece il libro “La mia storia” propone un’altra rarità eccezionale: quarantasette foto scattate da Milton H. Greene all’amica diva, molte inedite, che spesso sono scatti informali in cui Marilyn indossa il suo accappatoio bianco di spugna. Nell’interessante prefazione il figlio di Greene, Joshua, ricorda il profondo legame tra il padre e l’attrice che insieme avevano costituito la Marilyn Monroe Productions, la prima compagnia ai cui vertici ci fosse una donna che deteneva la maggioranza delle azioni. Tra le produzioni realizzate i film “Fermata d’autobus” e “Il principe e la ballerina”. Ecco un’altra cosa che molti ignorano di Marilyn Monroe.