Recensione
Eduardo Di Blasi, Il Fatto Quotidiano, 20/07/2010

Adele Cambria, collezione di addii

E’ un libro da leggere a chi voglia fare il giornalista, quello di Adele Cambria, edito da Donzelli e che ha per titolo “Nove dimissioni e mezzo” (270 pagine, 17,50 euro). Una lettura indicata non solo per lo “spessore” della collega, che può vantare per l’appunto “nove dimissioni e mezzo”, anche da testate come Il Mondo, Paese Sera, Il Giorno, La Stampa, Il Messaggero, L’Espresso, L’Europeo e L’Unità, passando per Lotta Continua, di cui fu direttrice. E nemmeno per la consueta ironia che pervade il racconto di un mondo che in parte non c’è più. Dall’esame dell’Inps della giovane Adele, con i carabinieri che, fucile in spalla, circolarono tra i banchi per evitare che qualcuno copi, all’ostensione dal balcone dei paesini dell’Aspromonte del lenzuolo della prima notte di nozze, macchiato del sangue della sposa, alle serate con amici che hanno per nome Alberto Moravia, Elsa Morante, Italo Calvino o Pier Paolo Pasolini, per cui reciterà in Accattone e Teorema ( magnifica la descrizione della sua parte , quella di “Nannina”, la donna napoletana che il regista ha voluto cucirgli addosso con amichevole perfidia. “Mi tirano i capelli lisci indietro, con molte rozze forcine, niente trucco, e cinque bambini che non ne vogliono sapere di stare attaccati a me. Anche il più piccolo, otto mesi, che devo tenere in braccio, piange e sbava con gargarismi allucinanti, e questa mi sembra una buffa, dispettosa rivincita sull’idea che il regista ha di me: madre inesausta intorno alla quale i bambini vengono come mosche al mele…Figurarsi!”). Il motivo per consigliarlo ai giovani colleghi, quindi, è da ricercare nella caparbietà di questa ragazza “emigrata” da Reggio Calabria su un aereo Fokken traballante ( proprio per andare incontro al terribile concorso dell’Inps), e che, spinta dalla volontà di fare la giornalista, arrivata a Roma, inizia a frequentare il palazzo delle Poste in piazza San Silvestro (“scoprii una Olivetti e la mazzetta dei quotidiani a disposizione del pubblico”) perché lì aveva ola strumentazione necessaria per lavorare, e a girare per redazioni proponendo i propri pezzi ad arcigne giornaliste , a travestirsi da cameriera con il tè, per far ingresso nella stanza di Soraya Esfandiari Reza Palavi, ripudiata dal re di Persia perché sterile, e trovarsela davanti “bellissima in una guepière di tulle e raso verde acqua…”, che il giorno dopo sarebbe finita sulla prima pagina de Il Giorno. Un raconto avvolgente, a matrioska, con storie che iniziano a metà del racconto di altre, e si confondono, per poi ritrovare un proprio percorso. Personaggi della grazia di Henry Cartier-Bresson o Tomas Milian, passando per storie esemplari, come quella di Telesera, giornale nato per sostenere il debole governo Tambroni , negli anni ’60, che ricorda da vicino alcuna stampa di quegli anni. Il 30 giugno del 1960, quando l’esecutivo ordina la linea dura, e a Genova esplode la violenza di Stato, “cosa fa il direttore Ugo Zatterin? Chiuso a doppia mandata nel suo ufficio scrive un editoriale, indovinate un po’ su che cosa? Sui fanalini posteriori delle biciclette, che dal 1° luglio diventeranno obbligatori”. Vi ricorda mica qualcosa?

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