Recensione
Simona Maggiorelli, Left, 04/06/2010

L'altra Beirut di Zena

Curiosamente la libanese Zena el Khalil è più conosciuta come pittrice che come scrittrice e regista, nonostante in questi due ambiti abbia mostrato maggior talento. Zena stessa si è presentata in questa veste sulla scena internazionale dell’arte, dopo essersi specializzata alla School of visual arts di New York. Perciò ci occupiamo di lei e della sua storia (fortissima e da poco diventata libro) in questa rubrica. Anche se quando un anno fa vedemmo per la prima volta i suoi collage alla Fondazione Merz di Torino nell’ambito della mostra Speranze e dubbi. Arte giovane tra Italia e Libano non ci avevano colpito troppo favorevolmente. Quelle immagini pop di soldati (uomini e donne) che imbracciano armi e fiori, quei girotondi di “omini” rosa shocking che attraversano strade e cancelli, come i suoi sgargianti collage montabili e smontabili all’occasione, ci parlavano di un modo naif, a tratti sordamente euforico, di esorcizzare la realtà di guerra e distruzione che il Libano ha vissuto quasi ininterrottamente per più di vent’anni. Un modo, ci pareva, per narcotizzare la realtà più che per rappresentarla. Poi però vedendo il video che Zena ha dedicato a Beirut, dove ha deciso di tornare a vivere alla fine della guerra civile , ma anche leggendo il suo Beirut I love you, da poco uscito in Italia per Donzelli, l’immagine si è fatta più profonda, tridimensionale. E l’interesse per il suo lavoro è cresciuto. Non solo per il valore che ha di resistenza, per la testimonianza che offre su spaccati di vita giovanile a Beirut, (dove i venti-trentenni sono la maggioranza). Ma anche per come lo racconta. Con linguaggio poetico, vitale. Come se in questo romanzo autobiografico - nato sulla scia del blog che Zena tenne nel 2006 durante i 33 giorni in cui Beirut fu sotto assedio - l’artista fosse riuscita a precipitare la sua urgenza di comunicazione, di dialogo con quell’Occidente dove è nata, bussando forte al vetro della nostra indifferenza, provando a buttar giù la barriera dei pregiudizi.

Così questo scricciolo di ragazza, sulla pagina e dietro una macchina da presa acquista un’energia straordinaria. E anche quando racconta di storie tragiche come la morte dell’amica Maya ammalata di tumore e rimasta senza cure in una Beirut bombardata, riesce tuttavia a tessere il suo canto d’amore per la gente di questa capitale del Medio Oriente dove svettano grattacieli accanto a case crivellate dai colpi, dove ragazze chiuse nel velo passeggiano sul lungomare accanto a coetanee in tute attillate... «è stato agrodolce il periodo dopo la fine della guerra civile in Libano - scrive Zena in Beirut I love you -. Un periodo di eccessi. Si era incredibilmente felici, incredibilmente tristi... Facemmo del nostro meglio, quelli che erano felici, per ricostruire il paese, con gioia. Abbiamo creato le Ong e i gruppi di sostegno, organizzato mostre e pubblicato poesie, indetto concorsi di architettura per ricostruire il centro, fornito assistenza a chi soffriva di ansia e depressione per la guerra...». «Tentavamo di riconciliarci con i nostri passati - scrive Zena - di negoziare un’identità nazionale. Siamo stati in piedi notti intere a fare progetti su come ricostruire le nostre vite, nonostante le tensioni provocate dai nostri vicini, gli israeliani, che minacciavano costantemente di destabilizzarci. Nonostante le tensioni legate al vivere sotto una nuova occupazione, questa volta siriana. Siamo stati in piedi notti intere per ricostruire il Libano... perché dopo anni di oppressione e di conflitti si impara che l’unica cosa da fare è reagire e andare avanti». E in quelle notti i giovani di Beirut hanno fatto anche arte, scritto romanzi, creato opere belle e acerbe. Come il lavoro A’Salaam Alaykum: Peace upon you, con cui la trentenne Zena racconta la sua generazione che vive senza riuscire a dimenticare la guerra, con la paura che anche oggi possa ricominciare, ma che più di tutto desidera vivere pienamente, in tempi di pace.