Recensione
Elio Pecora, Stilos, 01/07/2010

Se la letteratura è finita, andiamo oltre la fine

La critica letteraria può dare al lettore notevoli godimenti. Accade con Auerbach, con Wilson, con Steiner e, per la poesia italiana del Novecento, con Debenedetti e con critici-poeti come Sergio Solmi, Pasolini, Roboni. Il critico vede e sente per empatia . Né si rivolge da chierico al chierico, ma al lettore che attende di veder meglio, di sentire di più. Entra nell’opera – ai suoi allievi lo raccomandava Gianfranco Contini – “ senza pre-giudizi”; dunque come in un continente da traversare, da abitare, e di cui consegnare al lettore mappe e nutrimenti. Questo accade raramente nella critica letteraria italiana di questi nostri anni: dove a vincere sono piuttosto il disfattismo e la negazione.. Non ha obbligo il critico di muoversi oltre il rumore, di cercare negli angoli meno illuminati? E di seguitare a vedere e a indicare senza farsi stornare da traffici editoriali, dal proliferare delle pubblicazioni, dalla imperversante bulimia “creativa”? Il critico esiste se esercita un “gusto” , se è capace di scelte. In tempi di inerzie e di confusioni è facile riparare nel rifiuto. Ma non è rifiutare se stessi il proprio compito? A un lettore frettoloso anche il libro di Giulio Ferroni “Dopo la fine” può apparire come l’esito di una scontentezza estetica ed etica irrimediabile, e come lo svolgersi doloroso di un pensiero di morte che investe non solo la letteratura ma l’intero nostro tempo. Edito nel 1996 da Einaudi, ora dotato di una nuova ampia e coinvolgente introduzione, è opera densa di umori e di riflessioni, di bilanci e di avvii. Valendosi di strumenti letterari affinatissimi e di innumerevoli letture, grazie a una scrittura chiara e partecipe e a un sentimento della letteratura insieme vigoroso e malinconico, arriva senza frange e senza abbagli al lettore. La fine, di cui Ferroni tratta, e che il sottotitolo argina per una possibile continuità, era già acclarata da Giacomo Leopardi quando nei “Pensieri” asseriva che tutto era già stato detto ed espresso da Omero. Questo non impedì al recanatese il suo immenso mirabile lascito. E che i romanzieri di ogni età ( perché non anche i poeti) siedano – come voleva E.M. Forster – intorno allo stesso tavolo, e tutti segnino una fine e tutti ugualmente un inizio, lo hanno già saputo in molti, dai latini a Dante, da Eliot a Borges. Dunque, si tratta di andare oltre “la fine” e Ferroni dichiara: “Io credo che una cultura che intenda comprendere la situazione attuale, definirne fino in fondo i nuovi caratteri, non possa prescindere in nessun modo da un confronto con questo essere “dopo la fine “, che debba percepire il senso di questa dimensione “finale” e volgerla criticamente non certo verso nostalgie del passato, ma verso una proiezione del passato “finito” in una presa in carico del presente e delle sue contraddizioni”. E ancora: “ La coscienza della condizione postuma della letteratura non può prescindere dalla ricerca dell’essenziale: esclude ogni riduzione della letteratura a mero oggetto di consumo, a materia di esteriore intrattenimento, a referto cronachistico, a choc spettacolare”. Ferroni propone come viatico , e come uscita verso una nuova salute, “un’ecologia della letteratura”. Spiega: “Un’ecologia del linguaggio deve salvare la possibilità di far parlare ancora i linguaggi umani che sono stai, anche dialogando con essi per attraversare le contraddizioni del presente”. Sono numerosi e cruciali i problemi affrontati nel libro: dalla situazione preagonica della critica alle invadenze di pedagogie disseminate nella scuola, dai frastuoni della comunicazione alle stretture sgomitanti della politica. La visione è ampia e appassionata e, se la consapevolezza della fine e della postumità o postremità viene analizzata e sceverata, resiste e si riafferma “la speranza o sogno di ricominciare”. A questo punto, in una breve “cronaca di lettura”, è possibile solo accennare al molto che Ferroni affronta ed esamina . Convoca una vera folla di autori e di opere, dall’antichità al secondo Novecento, fermandosi per un criterio di eccellenza , almeno per gli italiani, a Bertolucci e a Giudici, a Caproni e a Fortini, e a Morante-Ortese-Romano narratrici, con una breve concessione a Tabucchi. Non sono poche le considerazioni illuminanti , ma anche più vivo e intenso è quel che scrive della tradizione:”Nata da una catastrofe, questa tradizione si è mossa tra i due estremi del thesaurus, (l’ossessione di conservare tutto , di fare di ogni propria esperienza un acquisto esterno, di congelarsi in repertori resistenti a ogni minaccia del tempo) e della tabula rasa ( la costrizione a ricominciare da capo, lo sgomento di trovarsi di fronte al vuoto del passato, la spinta a cercare il nuovo e il moderno): se nel Novecento è costretta ancora una volta a fare i conti con la catastrofe, ciò può apparire quasi come un ritorno all’inizio del ciclo, quasi come un ritrovare la situazione da cui essa era partita e su cui si era costruita”. Dunque, la ricerca di una diversa misura: “L’obiettivo delle arti e della cultura non è più individuato nel raggiungimento della perfezione assoluta, nell’avvicinamento a una bellezza o a una verità, ma nell’acquisizione di nuova esperienza, nella creazione di nuovi territori della parola, della visione, del comportamento, nella prefigurazione e nella scoperta di modelli di mondo proiettati in avanti”. In uno dei capitoli finali del libro, intitolato “Modi di concludere”, Pirandello e Savinio, Ariosto e Calvino si espongono per conclusioni inconcluse: come quelle della vita breve e precaria di ognuno ma anche della vita che si rigenera affidandosi al futuro.