Recensione
Roberto Deidier, Stilos, 01/07/2010

La poesia dell'esperienza e della pecezione

All’appello della generazione nata negli anni Sessanta mancava ancora il nome di Guido Mazzoni, esordiente nello scorso decennio nei quaderni collettivi della rivista “Testo a fronte” , poi assentatosi dalla scena poetica fino all’apparizione di questo libro , che rappresenta, a più di dieci anni di distanza, il suo vero ingresso nella poesia a cavallo del millennio. In realtà Mazzoni ha coltivato il suo interesse per la scrittura in versi congedando due densi saggi, “Forma e solitudine” nel 2002 e “Sulla poesia moderna” nel 2005, come a evidenziare la necessità di una messa a fuoco che fosse anzitutto critica e derivasse da un confronto assiduo sia con le generazioni dei padri che con quella dei possibili fratelli maggiori o compagni di strada. Leggendo ora i testi raccolti ne “I mondi” non tarderemo a comprendere di trovarci di fronte a una poesia colta, che coerentemente cerca di spogliarsi di tutte le sue ascendenze visibili o meno, per attestarsi come una scrittura dell’esperienza e della percezione; ciò nonostante il richiamo, anzitutto tematico, ai saggi appena ricordati, risulterà evidente, come a individuare una figura di poeta pensante a tutto tondo. Sia nei versi che nelle prose di questo primo libro, infatti, l’accensione delle immagini nasce al contempo da una sedimentazione del pensiero, sia da un assottigliarsi percettivo tra la membrana della propria esistenza e l’essere che è proprio nel mondo.

Mazzoni è poeta che guarda, il suo muoversi nella realtà è scandito dall’osservazione costante di quanto si manifesta intorno a lui ed esiste non solo come proiezione del soggetto, ma anche come spazio autonomo nel quale il soggetto esperisce il dolore, il mutamento, ciò che Mazzoni sente come “indicibile” e “irreversibile”. La tensione di questa poesia – che si muove come camminando sul cristallo tra la spinta, ancora novecentesca, a sfidare la potenzialità del linguaggio per superare lo stallo dell’ineffabilità, e tra un anelito, già nuovo, alla circoscrizione d un recinto empirico che appare come cosa compiuta e perfetta di per sé – è tutta in quella sorta di “ vertigine” tra ciò che è stato vissuto (il passato) e una sotterranea fissità di ciò che accade e si mostra nel movimento quotidiano della natura. Si leggano poesie come “Il cielo” , o la conclusiva “Pure morning”, per individuare come l’infanzia e il presente congiurino entrambi a provocare quello stupore percettivo che non è una deviazione del senso comune delle cose , ma una faglia che conduce al piccolo miracolo di una consapevolezza : la rivelazione, cioè, di un campo di conflitti che sono la stessa energia psicologica di un’esistenza che non si rassegna ad essere cieca, illudendosi di possedere il proprio oggi. I “mondi” di questo poeta sono dunque tutte le traiettorie che nel corso del tempo hanno lasciato derive apparenti, imponendo al soggetto una più complessa percezione di sé.