Recensione
Caterina Ricciardi, Il Manifesto, 05/06/2010

Leggere il corpo dell'America

Chi non ricorda L’uomo della folla, il racconto di E.A.Poe che tanto piacque a Baudelaire? Dalle finestre di un caffè su una delle arterie di una metropoli ottocentesca (Londra? O la piccola New-York di allora, o di oggi?) , con un giornale in mano ridondante di pubblicità (già allora) e un libro in tedesco che “es lasst sich nicht lesen” , un osservatore solitario si lascia incantare dalla folla che nell’ora di punta gli passa davanti. Una massa compatta prima indistinta , e poi, via via che si intensifica la curiosità del lettore non distratto dall’immobile flaneur, sempre più distinguibile nei dettagli di classe , abbigliamento, fisionomia, di segni di vita segreta, fino a isolare dalla marea un solo individuo. Sarà lui a trascinare l’osservatore nello spazio “lessicale” della città, lì dove ribolle la materia umana. Baudelaire vide qui “la presenza di un fantastico allo stato puro”. Da esperta americanista Barbara Lanati, che a questo testo affida l’antifona – la “frase di ingresso” (threshold sentence) – al suo Desiderio e lontananza. Un punto di vista contemporaneo sulla letteratura anglo-americana (Donzelli, pp. 222 euro 24,00), definisce meglio quello stesso spazio “la culla del fantastico”. Perché è decisamente una giovane New-York che Poe descrive. Lo capiamo dai modi, tutti americani, “attraverso cui è dato di conoscere la forma dei legami che allacciano l’individuo all’esterno”. Poe è il primo grande maestro , il primo lettore accanito di un testo – L’America, la massa, l’individuo – che ai suoi tempi non si lasciava ancora leggere , o che, se perseguito fino in fondo, nei vicoli bui delle sue pagine, rischiava – come fu per lui – di portare il lettore/scrittore alla dannazione, al fallimento, alla bancarotta. Ne seppero qualcosa Melville, Mark Twain, Fitzgerald. Ed è così anche oggi. Si ricordi David Foster Wallace. La lettura (come la scrittura) è una “malattia” da cui non si guarisce, scrive Lanati, una sorgente di desiderio che se ripercorsa con il distacco della lontananza, come in questo “diario di lettrice”, deve mostrare tracce di una biografia personale. Di libro in libro: siamo quello che abbiamo letto, abitati dagli “inafferrabili fantasmi” di un corpo letterario che abbiamo penetrato, di uno spazio culturale che abbiamo percorso. “Chi si sta specchiando in chi? E i paesaggi sono veri oppure repliche perfette di film già visti? Di luoghi di cui si è letto?”. Domande che portano a cedere al “ demone che spinge alla scrittura”, a salire sul palcoscenico su cui si muove quella folla di “replicanti” – doppi essenziali, ombre di carta – proprio come l’osservatore Poe: egli entra nel ventre della città (diventa il racconto), inseguendo, nell’uomo della folla, solo se stesso. Il lettore (critico) diventa personaggio: vive gli spazi, ne fa casa propria, ne affronta gli angoli bui nel nome della paura, e ne esce nel nome del coraggio. Ed è proprio dal ventre ancora in fasce (ma già abitato da fantasmi/mostri) nella città di Poe che con la prima di quattro sezioni, quella dedicata a “New-York e dintorni” che siamo introdotti nel corpo dell’America da una lettrice alla finestra, la finestra di New-York, per poi uscire all’aperto a esplorarne i dintorni, gli spazi e i linguaggi dell’America stessa , in un tempo – in particolare quello del primo Novecento – in cui ( pur con alle spalle Poe e gli altri) , dalla sua “piattezza stilistica e lessicale” l’America inizia a generare menti alle prese con il problema di “come tradurre in parola quella realtà piana, semplice lineare e sottotraccia che era l’America di quegli anni, che si apriva all’Europa e insieme voleva uscire dal complesso d’inferiorità che l’aveva piegata per tutto il secolo precedente”. Ed è con la parola nuda riportata alla sua “infanzia” che l’America di allora chiede accesso al pantheon europeo, chiede di diventare a suo modo Londra o Parigi. E ne ha ben ragione, se quel testimone lo porgono poeti e artisti dell’americanità dirompente, e che di quel corpo immaturo, solo appena ingravidato dai semi della modernità, fanno avanguardia estrema, l’inizio di una gestualità anagraficamente precisa, travolgente, che segnerà tutta l’arte del Novecento: da Hopper all’espressionismo astratto e alla Pop Art; ¸dal poema lungo al Minimalismo, al Postmoderno. Alla rottura segnata dal secolo americano contribuiscono le menti geniali dei fuoriusciti innamorati sì del passato ma solo per contaminare di “infanzia” lessicale nuova la vecchia Europa (Eliot, Pound, Gertrude Stein, e i pendolari : Hemingway e Fitzgerald), assieme a quelle degli altri restati a casa, nel Village, o a Province-town: i nuovi teatranti (O’Neill), i fotografi (Stieglitz, Man Ray), i poeti (W.C.Williams, Marianne Moore), i “precisionisti” della parola e del paesaggio culturalmente povero o futuristico ( Sheeler, Demuth) o primitivo, quando dalla sua “piattezza lessicale” quel paesaggio fa ergere lo spirito delle sue cattedrali laiche , o quando nei deserti del New Mexico, nella Taos dei pueblos, raccoglie, con gli americani (Georgia O’Keeffe, Willa Cather, Mabel Dodge) gli esuli all’inverso (D.H.Lawrence, C.G.Jung, Aldous Huxley): un deserto dove, scrisse Lawrence, “l’Inghilterra è lontana e irreale come un libro letto tanto tempo fa”. Una verità che Lanati si appresta a raccontare ( e a provare) nella seconda sezione di questo doppio dittico che è Desiderio e lontananza , quella dedicata a “Bloomsbury e dintorni” (Londra, il Sussex), e agli interni “colti” e déco – con i giardini tanto amati e studiati fuori scena - delle case abitate dal gruppo di donne gravitante attorno a Virginia Woolf e la Hogarth Press, ai loro ménage anticonformisti, gli sperimentalismi decorativi degli Omega Workshops di Roger Fry e Vanessa Bell; gli avventurismi di Vita Sackville-West; gli “Orlando”. Sono case particolari, quelle dei bloomsburiani, i quali “erano e restano artisti che hanno voluto e saputo coniugare la loro passione per l’arte appunto con una devozione ai riti della vita quotidiana, alla complessa bellezza della quotidianità che entra nei loro scritti e nei loro dipinti, perché è lì che l’arte affonda le sue radici”. Una ritualità (ripudiata da Lawrence e Stevenson) che reagisce anche agli incubi nascosti del secolo vittoriano da cui quegli audaci anticonformisti fuori genere provenivano. Il Mr Hyde di Stevenson ( che non a caso se ne andrà a morire in Polinesia , passando per l’America), nato anch’egli da quel secolo e in quelle stanze, inaugura per Lanati il mondo moderno che viviamo “Nel nome della paura”: l’altro sconosciuto che ci abita. Da Sade, al gotico ai fantasmi di Dickens, alle fiabe di M.R.James, e di Angela Carter, ai vampiri, ai “cani neri” di McEwan , a Blade Runner: anche il lettore si trova scaraventato , si dice con Emily Dickinson , “nell’ombra e nel buio”. E “se d’un tratto non fossi più io?” ma qualcun altro. Si (e ci) chiede questa voce contemporanea che ci riporta fuori dalla pagina letta. Come si esce dalla paura? “Nel nome del coraggio” ( quarta parte del doppio dittico): essere uno student as nigger ( per non aggiungere altro di queste bellissime pagine ) al tempo del Sessantotto (oggi come ieri) e dell’escalation della controcultura protestante dell’America post-kennedyana può servire a ritrovare l’ “altro migliore”. E nel segno della parola scritta ( che finalmente si fa leggere: sich lesen ), e nel profilo del “coraggio” (letterariamente kennedyano?) usciamo dal ventre di New-York, città madre (culla) del Novecento, e per quelli di una certa generazione , “The mother of us all”.