Recensione
Paolo Franchi, Corriere della Sera, 05/06/2010

I riformisti e le due occasioni perdute

Una storia dei “miglioristi”nel Pci prima, nel Pds poi, può sembrare , e in larga misura, effettivamente è, roba dell’altro ieri. Ma è anche vero che non si capisce un bel nulla del vistoso deficit d’identità che affligge la sinistra e il centrosinistra italiani se noin si torna alle sue origini. In questo senso il libro di Enrico Morando (Riformisti e comunisti? Dal Pci al Pd, i miglioristi nella politica italiana, Donzelli editore) non è davvero inutile. Sarà bene ricordarlo ai più grandicelli e farlo sapere ai più giovani. Negli anni Ottanta e nei primi del Novanta venivano indicati come “miglioristi”, nel Pci e dintorni, quelli che non volevano più promuovere una qualche fuoriuscita del capitalismo, e si ponevano più semplicemente l’obiettivo di migliorare l’esistente. In generale, all’epoca “migliorista” era un epiteto quasi ingiurioso, anche perché sui suoi destinatari (in primis la destra del Pci, in gran parte di matrice amendoliana)veniva rovesciato a piene mani il sospetto di voler nel frattempo migliorare il rapporto con il Psi di Bettino Craxi, fino a diventarne una sorta di quinta colonna. Stiamo parlando di personalità prestigiose nel partito, a cominciare da Giorgio Napolitano, che più esplicitamente di tutti i suoi compagni prima si era portato ai confini della tradizione comunista, poi aveva sostenuto la necessità di varcarli per guadagnare finalmente, in Italia in Europa, l’approdo socialdemocratico. Di tutta la vicenda dei “miglioristi” e più avanti dei “riformisti” del Pci-Pds, Morando, che migliorista e riformista ( non realista, moderato, prudente: migliorista e riformista ) è stato sin dai suo primi passi in politica, riferisce puntigliosamente. Ma, più ancora delle ricostruzioni, è interessante la tesi di fondo. Che è, nella sostanza, questa. Nel fatidico Ottantanove i miglioristi-riformisti hanno davanti a sé un’opportunità forse imprevista e comunque formidabile per conquistare una posizione compiutamente socialista e riformatrice nel partito, ma non riescono a coglierla.E per motivi che hanno a che fare, verrebbe da dire, con il loro Dna di homines togliattiani.La loro concezione del partito, anzitutto, che li spinge più a condizionarne il centro che a dare battaglia per assumerne la leadership o, nel caso, stare all’opposizione. Poi, la preoccupazione per il consenso nel partito, e quindi la continua ricerca di un punto di equilibrio tra la tradizione ( o la parte migliore e più spendibile di questa) e il cambiamento, che in tempi di rotture epocali rischia di trasformarsi rapidamente da punto di forza in limite invalicabile . E infine la ritrosia a far propri un punto di vita e una cultura politica liberalsocialisti più ancora che socialdemocratici. La tesi si Morando è sicuramente più convincente delle tante tiritere che si sono lette sugli eccessi di prudenza, o addirittura di pavidità , attribuiti a Napolitano e compagni. Ma non è convincente del tutto. L’idea di fondo che anima i miglioristi-riformisti (non tutti di matrice amendoliana, non tutti disposti a scoprirsi liberalsocialisti) è quella di chiudere la guerra civile a sinistra portando una qualche forma di unità socialista ( non certo all’annessione da parte del Psi) il grosso delle forze. E’ un’idea minoritaria nel Pds di Achille Occhetto (e di Massimo D’Alema) proprio come nel Pci di Enrico Berlinguer, e il tracollo del sistema comunitario non basta a renderla maggioritaria. Non solo: è un’idea alla quale il Psi craxiano concede un credito assai relativo, e a giorni alterni. Quando poi sul Pci si abbatte il ciclone di Tangentopoli, aprendone la crisi irreversibile , diventa un’idea irrealizzabile. L’aspirazione a costruire un partito socialista di tipo europeo anche per dimensioni rimane: a venir meno sono le forze con cui costruirlo. Per Morando, fautore ante litteram di qualcosa di simile all’odierno Pd, neanche questo è un dramma. Anzi: questo fallimento avrebbe potuto trasformarsi addirittura in una seconda, inopinata opportunità, se i miglioristi-riformisti del Pds, già alla metà degli anni Novanta , fossero andati avanti alla ricerca di una nuova sintesi tra liberalismo e socialismo, ma per porla alla base di un nuovo contenitore di centrosinistra più ampio , più articolato e più mosso di quello socialista. Forse, sostiene Morando , che ci spera ancora, la storia italiana avrebbe preso tutt’altra piega . Può darsi, non ci sono controprove. Ma resta il fatto che una storia possibile (quella di ispirazione socialista) si è chiusa prima di iniziare . E l’altra (quella per intenderci , del Pd a vocazione maggioritaria) è iniziata tardi e male, ed è finita presto e anche peggio. Chi ha un po’ di memoria ricorderà che proprio queste erano le due possibili prospettive che aleggiavano, già nell’Ottantanove, attorno alla svolta di Occhetto. In venti anni e passa, hanno fatto in tempo a perdere consistenza tutte e due.