Recensione
Luca Crovi, Il Giornale, 22/07/2010

Marylin racconta Marylin : la sua vita sembra un noir

Se molti dei misteri che riguardano la morte in circostanze inspiegabili di Mari­lyn Monroe risultano ancora oggi indecifra­bili alcuni dei segreti della sua vi­ta ci vengono svelati all’interno di un’incredibile autobiografia intitolata La mia storia ( pagg. 47, euro 19) che viene per la prima volta pubblicata in Italia dalla ca­sa editrice Donzelli. Si tratta di un testo affascinante non solo per il racconto che, in prima per­sona, Marilyn Monroe fa della sua vita ma anche per le incredi­bili 47 foto esclusive realizzate dal fotografo Milton H. Greene che la corredano. Il progetto del­la biografia nacque nel 1954 quando l’agente della diva Char­les K. Feldman decise di ingag­giare come ghost- writer che aiu­tasse Marilyn nella stesura della storia della sua vita una delle pen­ne più straordinarie di Hollywo­od, ovvero quel Ben Hecht capa­ce di si­glare come scrittore e sce­neggiatore opere come Prima pagina ,Notorious ,s OmbreRosse ,e Io ti salverò , Cime tempestose ,e etc. Per settimane i due conversa­rono e Marilyn fece di tutto per colorire i fatti salienti della sua biografia. Hecht sostenne in più di un’occasione che l’attrice ave­va trasformato­se stessa in un ve­ro e proprio personaggio e quin­di era difficile per lui distinguere fra realtà e finzione in quello che la diva gli raccontò. Una volta ter­minata la stesura il progetto però rimase bloccato: la narrazione della storia d’amore fra Joe Di Maggio e la diva risultò troppo personale e scabrosa, le digres­sioni riguardanti i traumi e le vio­lenze infantili subite da Norma Jean risultarono troppo forti al­l’editore che aveva previsto la pubblicazione e inoltre Ben He­cht cominciò a litigare pesante­mente con il suo agente lettera­rio per vedere riconosciuto il suo contributo a quell’opera. Successe così che My Story (questo il titolo originale del­l’opera) è rimasto inedito sino al 1974 e, solo allora, a dodici anni dalla tragica scomparsa della Monroe ha potuto vedere la lu­ce, anche seil nome di Ben He­cht è apparso ufficialmente nei crediti di copertina solo nel 2000. A prendere in mano oggi le pagine de La mia storia i lettori resteranno stupiti e affascinati dalla incredibile capacità narrati­va di Hecht messa al servizio di una storia dai risvolti romantici e allo stesso tempo inquietanti. La crescita infatti della giovane Nor­ma Jean subì più di un evento traumatico: a partire dal fatto che sua madre Gladys Pearl Monroe (che lavorava come montatrice ad Hollywood) per sette anni la dette in affido alla fa­miglia di Wayne e Ida Bolender non ritenendosi all’altezza di educare la bimba, visto che in passato il suo primo marito John Newton Baker era stato capace letteralmente di rapirle idue figli avuti dalla loro relazione. E su chi fosse il suo reale padre la Monroe costruisce alcune delle pagine più sognanti dell’opera, mentre la descrizione della follia della madre e dei maltrattamen­ti da lei subiti durante i vari affidi avuti nel tempo costituiscono al­cune di quelle più drammatiche dell’opera. La Monroe sottoli­nea continuamente la sua ricer­ca di­affetto e il desiderio di vede­re riconosciuta la propria identi­tà: «crescevo sapendo di essere diversa dagli altri bambini per­ché nella mia vita non c’erano né baci né promesse. Spesso mi sen­tivo sola e volevo morire. Prova­vo a tirarmi su con sogni a occhi aperti... Questo desiderio di at­tenzione aveva qualcosa a che fa­re, penso, col problema che ave­vo inchiesa la domenica. Non ap­pe­na ero al mio banco con l’orga­no che suonava e tutti intonava­no gli inni, mi prendeva l’impul­s­o di togliermi tutti i vestiti di dos­so. Volevo disperatamente stare nuda in piedi per Dio e che tutti gli altri vedessero. Dovevo strin­gere i denti e stare seduta sopra le mani per trattenermi dallo spo­gliarmi. A volte dovevo pregare Dio di impedirmi di togliermi i vestiti». Vestiti che in maniera spietata verranno strappati di dosso alla piccola Norma da parte del lus­surioso Mr Kimmell come viene raccontato lucidamente in un vo­lume che parla anche della sco­perta del proprio corpo da parte della piccola, dei sentimenti di af­fe­tto nei confronti dei propri coe­tanei, della magia dei suoi sorrisi destinati a far girare la testa a tut­ti. I lettori assistono così, poco al­la volta, alla trasformazione di Norma Jean in una sorta di sire­na, sentono i rintocchi della «campana a morto» del suo pri­mo matrimonio (con il sedicen­ne James Dougherty), la vedono incamminarsi timidamente lun­go il Sunset Boulevard di Hol­lywood: «Io non sapevo niente di recitazione. Non avevo mai letto un libro a riguardo, non avevo mai provato a recitare e non ave­vo mai parlato con nessuno... Di­cevo che speravo di mantener­mi facendo la modella... Ma in me c’era questo segreto: recita­re. Era come essere in prigione e guardare una porta su cui c’è scritto “Uscita”... Pensavo che tutti gli attori e le attrici fossero ge­ni seduti sulla veranda del Para­diso: il cinema». Così Marilyn racconta nel det­taglio l’aprirsi delle porte di quel Paradiso ma anche il primo ten­tativo di stalking da parte di un poliziotto che si era invaghito di lei. Ed arriva persino a sezionare in maniera spietata il rapporto con le altre donne che per tutta la vita si sono sentite minacciate dal suo fascino: «Ho avuto sem­pre una specie di talento nell’irri­tare le donne fin dall’etàdi quat­tordici anni. Le mogli hanno que­sta tendenza a scattare come al­larm­i quando vedono i loro mari­ti parlare con me... Quando vedo donne che mi guardano in ca­gnesco e tra di loro mi fanno a pezzetti, sono molto dispiaciuta, ma non per loro, per i loro com­pagni. Ho la sensazione che don­ne simili siano insoddisfatte in amore e incapaci nel sesso.L’uni­ca cosa che sono in grado di dare a un uomo è un complesso di col­pa. Se riescono a fargli sentire che è un cattivo marito o un com­pagno ingrato, allora si conside­rano arrivate».