Recensione
Giovanni De Luna, La Stampa, 24/04/2010

Berlusconi: non solo sorrisi e marketing

E’ possibile storicizzare Berlusconi? Osservarlo, cioè, con il distacco e lo scrupolo filologico di uno storico del futuro che guardi al nostro presente senza lasciarsi coinvolgere dalle passioni e dai tumulti che oggi si agitano intorno al Presidente del Consiglio. Prova a farlo – con molta efficacia - , in Berlusconi passato alla storia. L’Italia nell’era della democrazia autoritaria – Antonio Gibelli, grande studioso della prima guerra mondiale e in generale dei conflitti novecenteschi, confrontando Berlusconi con altri capi del governo che sono riusciti a contrassegnare un’epoca (Giolitti e l’età giolittiana, Crispi e l’età Crispina ecc.)e valutando la possibilità di individuare già da ora quelli che potrebbero essere definiti i caratteri originari della “età berlusconiana” così come si è sviluppata dal 1994 fino ad oggi. Gibelli ne indica alcuni di indubbio rilievo: la singolarità di un linguaggio mutuato dallo sport e dal marketing; un discorso pubblico consapevolmente incentrato su un anticomunismo radicato negli strati più profondi della società italiana, tanto da passare intatto anche dopo la fine del regime sovietico e la disintegrazione del Pci; l’attenzione a una nuova estetica della politica, a un uso del corpo che, nonostante la bassa statura e la calvizie, si pone in assoluta antitesi con l’incorporeità dei leader politici della Prima Repubblica ( da Togliatti a De Gasperi, da Almirante a La Malfa), tutti pronti a rifuggire da ogni riferimento alla propria fisicità; l’investimento strategico ad un modo di apparire rassicurante, (“il suo volto non comanda e non spaventa, non scruta e non offre protezione, ma si insinua con discrezione e invita a imitarlo, facendo, come lui, i propri comodi) secondo quanto gli aveva consigliato - agli inizi della sua carriera politica - , Mike Buongiorno (sorridi, sorridi sempre); la grande importanza accordata alle passioni e alle emozioni del suo pubblico, con l’ “esaltazione iperbolica dell’egoismo, inteso sia in senso positivo promessa di felicità, sia in senso negativo di odio nei confronti dei diversi e protezione dalla paura”. C’è da chiedersi però, quanti di questi elementi siano in effetti specifici del “berlusconismo” e non appartengano invece a una più generale trasformazione della politica che ha investito tutte le democrazie occidentali , a partire dalla straripante dimensione che i mass media hanno assunto nel “costruire” leadership e elettorato, nel plasmare i “luoghi” stessi in cui si formano i gruppi dirigenti dei nuovi partiti. Alcuni dei tratti dell’ “età berlusconiana” sono stati inoltre anticipati in Italia già negli Anni 80, prima da Craxi (il vero Giovanni Battista di Berlusconi), poi dalla Lega di Umberto Bossi (il ruolo del capo carismatico). Per di più, la fase storica vissuta dal nostro Paese ha già di per se stessa un’assoluta specificità che la rende diversa da tutte quelle che l’hanno preceduta; la stabilizzazione autoritaria dell’Italia liberale dopo la frattura risorgimentale e lo sviluppo economico del decollo industriale che segnarono gli orizzonti dell’età crispina e di quella giolittiana hanno lasciato il posto oggi all’inedito protagonismo dei ceti medi (i veri artefici della rottura tra prima e seconda repubblica e dei successi di Bossi e Berlusconi) e al confronto con i venti impetuosi della globalizzazione ( con le sue paure e i suoi flussi di merci, uomini, informazioni,capitali). In questo confronto con il passato, a suscitare qualche inquietudine è soprattutto il fatto che l’opposizione di centro-sinistra sia la più sgangherata e meno credibile che questo Paese abbia mai sperimentato nella storia delle sue istituzioni democratiche. Nel berlusconismo si agitano pulsioni autoritarie, fremiti di illegalità, , insofferenze per le regole della democrazia che vengono da lontano, che si annidarono già nei progetti di Crispi e che affiorarono anche in età giolittiana: sempre, però, c’è stata una forte opposizione in grado di contrastare nelle piazze e nelle aule parlamentari, almeno fino al crollo dello Stato liberale sotto l’urto di un fascismo che ricorse all’arma estrema della violenza squadristica. Oggi, di questi anticorpi, di questi antidoti in grado di contrastare le scelte populistiche di Berlusconi, se ne scorgono veramente pochi e quasi nessuno nel mondo della politica. Gli stessi ex comunisti, che con la forza del loro partito furono un argine potente contro le spinte eversive che affiorarono nell’Italia democristiana, sono ridotti, nel migliore dei casi, a balbettanti epigoni della stagione togliattiana.