Recensione
Paolo Franchi, Corriere della Sera, 11/03/2010

L'era berlusconiana in prospettiva storica

Può darsi, anzi è probabile che il suo declino sia già iniziato. Ma Silvio Berlusconi è già passato alla storia. Gli storici di domani parleranno di “età berlusconiana” così come si parla di “età giolittiana”.E gli storici di oggi, compresi quelli che non condividono affatto le sue “manie di grandezza” e magari lo detestano, faranno bene ad aiutarli, fornendo le nozioni e gli elementi di giudiziosi cui già adesso dispongono. Perché il berlusconismo non è solo “ l’esito della crisi politica italiana degli anni Novanta” e neppure un’infausta, ineffabile parentesi , ma addirittura “la manifestazione per ora più compiuta della politica nell’era postmoderna”. In Italia, ma anche fuori d’Italia. Il compito di spiegarlo , decrittandone i codici, non può dunque essere lasciato interamente ai posteri. Uno storico contemporaneo deve farsene carico. Magari provandosi a raccontarlo così come lo racconterebbe ai suoi studenti, a (provvisoria) conclusione di un corso universitario dedicato alla storia d’Italia dall’Unità ad oggi. Sono questi il punto di vista e l’ambizione che apertamente dichiara un “contemporaneista” di vaglia come Antonio Gibelli, ai più noto soprattutto per i suoi studi sulla Grande guerra. Un punto di vista e un’ambizione che già bastano da soli a spingere alla lettura del suo ultimo libro appena uscito da Donzelli, Berlusconi passato alla storia, L’Italia nell’era della democrazia autoritaria, soprattutto chi, come il sottoscritto, avverte con fastidio e preoccupazione crescenti i limiti profondi , e in molti casi la miseria politica e culturale, di tante analisi correnti della vicenda italiana a cavallo dei due secoli: invettive, o, all’opposto, apologie, piuttosto che interpretazioni. Gibelli prende atto, senza infingimenti, della realtà. E’ innegabile, sostiene, che Berlusconi “abbia dato un’impronta omogenea e determinante a tutta un’epoca”. I suoi oppositori sono riusciti, nel 1996 e nel 2006, a batterlo (seppure, la seconda volta, di un soffio e anche meno). Mai a contrastare la sua egemonia. E dunque è della pasta di cui è fatto questa egemonia che occorre in primo luogo ragionare. A una simile, ambiziosa premessa non corrispondono a pieno, a dire il vero, sviluppi altrettanto coraggiosi. Spesso, anzi, Gibelli pericolosamente inclina a far propri molti cliché e luoghi comuni dell’antiberlusconismo puro e duro, primo tra tutti quello che individua negli anni Ottanta, e manco a dirlo, nel craxismo i prodromi ( o parecchio di più) dell’età di Berlusconi. E, per questa via, non aiuta i suoi ipotetici studenti e nemmeno noi, a comprendere come mai, archiviati a furor di popolo gli Ottanta e il craxismo medesimo, gli stessi italiani che avevano tifato a più non posso per le manette e nei referendum elettorali si erano schierati a stragrande maggioranza per il “nuovo”, di lì a pochissimi mesi, in libere elezioni, abbiano incoronato premier il Cavaliere. Sempre che, naturalmente, non ci si accontenti di segnalare il carattere ambivalente, un po’ democratico-partecipativo, un po’ antipolitico-qualunquistico-populistico della “critica di massa alla corruzione” emersa nella crisi di Tangentopoli. Gibelli giustamente insiste, spesso con annotazioni di grande lucidità (magistrali, a mio parere, quelle sull’immagine , il corpo e il volto del leader), sulla straordinaria sintonia che Berlusconi ha instaurato, spesso a prescindere dai risultati di governo effettivamente conseguiti , con una vastissima platea di seguaci e di elettori: qualcosa di diverso e di più di una semplice maggioranza. Meno ci dice, invece, sul mutamento dello spirito pubblico e forse prima ancora sui cambiamenti tellurici della morfologia sociale, politica e culturale del Paese, che una simile sintonia hanno reso possibile e duratura. Una rottura epocale? Solo in parte. Se nella Prima Repubblica era in ultima analisi “il fattore K” a render impossibile l’alternativa , nella cosiddetta Seconda o, per meglio dire, nell’età berlusconiana, il “fattore K” non c’è più, anche se, paradossalmente l’anticomunismo resta una efficace arma ideologica, prima ancora che elettorale, della destra. Ma l’alternativa sembra ancora meno possibile. E dunque, per drastiche che siano state le cesure con il passato prossimo o remoto, sempre nell’alveo tradizionale della storia patria ci muoviamo. Di una storia che contempla le crisi di regime assai più dei ricambi di governo.