Recensione
Dino Cofrancesco, L'Occidentale / orientamento quotidiano, 21/03/2010

Berlusconi, Gibelli e il continuo travaglio

Antonio Gibelli, uno storico contemporaneista noto per i suoi lavori sulla Prima Guerra Mondiale, si è cimentato, da studioso, col ‘problema Berlusconi’ per spiegare, soprattutto ai suoi allievi, perché il Cavaliere è «passato alla storia». L’analisi, al di là della figura del premier, è incentrata, – come recita il sottotitolo del saggio,pubblicato da Donzelli, Berlusconi passato alla storia – sull’Italia nell’era della democrazia autoritaria. Non varrebbe la pena occuparsene se ci si fermasse all’ispirazione etico-politica del libro che, sembra talora, una proiezione accademica del ‘travaglismo’. Dinanzi a una prorompente ‘espressione di sentimento’ va ricordata la massima latina che ‘de gustibus non est disputandum’, arricchita dalla consapevolezza, propria dell’età adulta della ragione, che i valori e gli interessi in gioco sono tanti e discuterne, quando il disaccordo è totale, ha la stessa utilità dei discorsi in treno che contrappongono il viaggiatore che legge ‘Repubblica’ a quello che legge ‘Il Giornale’.

Sennonché, in questo caso, il confronto con chi appartiene a un altro pianeta ideologico potrebbe non essere una perdita di tempo. Innanzitutto per la verve e la maestria stilistica di un libricino che fa pensare alla valigetta ventiquattrore dove le donne, in poco spazio, riescono a ficcare di tutto, senza spiegazzare troppo i capi di vestiario. In secondo luogo, per il tentativo di andar oltre gli stanchi cliché della berlusconeide, mettendo a fuoco, senza false e pericolose illusioni, i motivi di forza del fondatore di Forza Italia. «L'egemonia delle destre emersa in questi anni –riconosce Gibelli – non è stata essenzialmente o esclusivamente un prodotto del primato mediatico. Per dirla in modo ancora più chiaro: non è stato il frutto illusionistico di un trucco da prestigiatore del mago Berlusconi, assimilabile a quelli esercitati da una sguaiata e truffaldina protagonista di un programma di televendite, Vanna Marchi, divenuta essa stessa simbolo di un'epoca e talvolta paragonata al leader della destra, ma qualcosa di più profondo e socialmente radicato. Lo scandaloso monopolio televisivo ne è stato uno strumento fondamentale, ma non la causa». Per nulla interessato a rimettere « in causa la statura del personaggio» o a fornire « un elemento valutativo positivo o negativo sul suo operato»,lo storico si propone di illustrare le ragioni per le quali «l’imprenditore milanese» è riuscito a dare « un'impronta omogenea e determinante a tutta un'epoca», non l’impronta, beninteso «di un faraone egizio o di altri personaggi illustri come Napoleone Bonaparte», ma quella stessa che, nel bene e nel male, fece parlare, ad esempio, di ‘Italia giolittiana’.

Ma Gibelli è riuscito veramente a «prenderlo – dal punto di vista storiografico – sul serio»? A leggere in maniera wertfrei il saggio, l’unica novità, sia pure non trascurabile, rispetto alla ribellistica antiberlusconiana corrente risiede in una sorta di inconfessato neogobettismo. Come l’animatore della Rivoluzione Liberale, che, da un lato, volle mettere in guardia gli antifascisti dal sottovalutare il ‘genio politico’ di Mussolini (la sua capacità di procurarsi seguito e consenso di massa) e a non ritenere effimera la sua presa del potere, dall’altro, cercò di mettere a fuoco, con rinvii – talora inaspettati e geniali – alla sociologia e alla political culture dell’Italia risorgimentale e post-unitaria, il «terreno di coltura» dello squadrismo delle camice nere; così Gibelli, invita a ogni pagina, da una parte, a prendere atto dell’abilità strategica e di’marketing’politico di Berlusconi, dall’altra, a riflettere sul (degenerato) contesto civile che ha reso possibile la sua irresistibile ascesa, ora tuttavia, incamminata sul viale di un tramonto, che potrà essere per nulla breve e indolore.

«Berlusconi ha saputo interpretare meglio, con più spregiudicatezza e maggior tasso di innovazione nelle tecniche della politica, la crisi degli equilibri precedenti determinata dalle vicende dei primi anni novanta |…| riempiendo il vuoto che si era aperto. Inoltre il suo schieramento, nella somma talora antinomica delle diverse componenti tenute assieme dalla potenza economica e mediatica del leader nonché dalla sua personalità esuberante, ha avuto la capacità di incoraggiare, interpretare e dare uno sbocco agli umori serpeggianti nella società italiana all’uscita del decennio ottanta: una sorte di rivolta dei ceti medi divenuti nel frattempo maggioritari), fatta di antifiscalismo, di modelli di vita edonistici, di antipolitica, di fastidio per le regole, conditi da un anticomunismo archetipico postumo a forte timbro rivendicativo».

Insomma, ancora una volta, siamo sul terreno della gobettiana «autobiografia della nazione». Sono le caratteristiche assunte dalla «vita politica italiana» nei «primi anni novanta» che spiegano il baratro in cui siamo sprofondati e di cui ha saputo così bene approfittare il caimano.« Se ne possono elencare alcune: la personalizzazione e la spettacolarizzazione della politica, il ridimensionamento del ruolo dei partiti in quanto tali a favore di movimenti guidati da capi carismatici, l'affermazione su larga scala di tendenze «antipolitiche» simili a quelle affiorate in vari momenti della storia italiana ma più durature e tenaci, il primato della televisione come strumento di formazione del costume e dell'opinione pubblica.».

L’incontro tra un corpo debilitato (fisicamente e moralmente) – l’Italia di oggi – e uno spregiudicato guaritore-imbonitore, avrebbe dato vita a una forma di governo, la ‘democrazia autoritaria’ appunto, che naturalmente non è ‘fascismo’ o, tanto meno, nazismo (autorevoli maîtres-à-penser, però lo hanno detto, da Norberto Bobbio ad Alberto Asor Rosa!) ma nondimeno porta allo scoperto una decisa ‘mentalità totalitaria’. « In questo senso è possibile cogliere il delinearsi di una vocazione in senso lato totalitaria all'interno del percorso e del discorso politico berlusconiano. Per esempio nella predilezione per la possibilità di emettere messaggi senza contraddittorio o con interlocutori compiacenti: una costante della sua presenza nella politica fin dagli esordi, che lo spinge ad aspirare al controllo il più possibile pervasivo dei canali di comunicazione. Oppure nella sua pretesa di interpretare, in quanto partito e in quanto persona, non una parte ma il tutto, ossia l'Italia in quanto tale. Si spiega così il rifiuto, non solo tattico o strumentale, di usare la parola partito per designare il suo raggruppamento, sostituendola con la parola popolo. Di qui l'idea, chiaramente espressa a parole e nei comportamenti, che gli oppositori, e persino coloro che manifestano un dissenso nelle sue file in quanto pretendano di tener ferme le proprie posizioni, siano non semplici avversari, ma nemici del popolo, anti-italiani, autori di complotti, eversori».

Come si vede, Gibelli mette molta, forse troppa, carne al fuoco, e spesso con l’aria dell’«indignato speciale» che enuncia giudizi di valore come se dovessero costituire per tutti ‘giudizi di fatto’, evidenze indiscusse. Inoltre, come nel brano citato, imputa a Berlusconi caratteristiche sicuramente spiacevoli che, nondimeno, ormai fanno parte dello stile politico del nostro tempo, e non solo in Italia. La sua analisi del linguaggio politico – che neppure cita il maggior esperto italiano in materia, lo scienziato politico Giorgio Fedel, allievo ed erede spirituale di Mario Stoppino, un geniale studioso scomparso prematuramente, come del resto il suo maestro, Bruno Leoni – ad esempio, nel richiamare l’attenzione sullo «stile paratattico» (formato di coordinate spezzate e di frasi perentorie che veicolano verità indiscutibili), fa venire in mente l’eloquio del maggior leader della sinistra antagonista, o comunque non riformista, Antonio Di Pietro (su ‘Libero’ ne ho analizzato tempo fa il ‘discorso agli Italiani’ tenuto alla vigilia del grande raduno di Piazza Navona).

A parte le pur rilevanti questioni di stile e di linguaggio, però, corrispondono davvero alla realtà il peso esorbitante dell’esecutivo, la volontà bieca e perversa di umiliare la magistratura, l’occupazione sistematica dei mass media? E’ davvero forte un esecutivo che non riesce neppure a mettere all’o.d.g. riforme, da tempo auspicate da quanti si richiamano alla tradizione liberale degli Hayek e degli Aron, come il riordinamento della magistratura (con la divisione delle carriere) o una effettiva liberalizzazione del mercato? Che Berlusconi sia oggetto di particolari attenzioni da parte della magistratura (adopero, come si vede, un linguaggio ‘politicamente corretto’) può essere attribuito allo zelo civico dei nostri giudici – come fa Gibelli che, bontà sua, riconosce « qualche forzatura procedurale» – o a una vera e propria persecuzione, sta di fatto che nel teatrino della politica si rappresenta una pièce e tra le quinte se ne rappresenta una opposta. E’ particolarmente emblematico il caso della norma – art. 23 del disegno di legge ‘omnibus’ collegato alla Finanziaria n. 1167 – in base alla quale, come ha puntualmente fatto rilevare Pietro Ichino (parlamentare del PD !) al giudice del lavoro si affida «il compito di controllare i licenziamenti e i trasferimenti alla stregua non soltanto del vecchio criterio del ‘giustificato motivo’, bensì anche del criterio della loro corrispondenza – niente meno a ‘un interesse oggettivo dell’organizzazione aziendale’». Il disegno di legge governativo, commenta il giurista, «consegue così d’un colpo il risultato di ampliare smisuratamente gli spazi del controllo giudiziale, ignorando mezzo secolo di dibattito dottrinale e di evoluzione giurisprudenziale» Sennonché conclude Ichino.«Quando il licenziamento non sia motivato con una mancanza del lavoratore, e si possa escluderne il carattere discriminatorio, il ‘filtro’ delle ragioni economiche od organizzative non può essere affidato a un giudice che non ne ha la competenza».

Il case study è non poco emblematico della differenza tra la ‘maschera’ e il ‘volto’che in Italia, col loro avvicendarsi spesso imprevisto, contribuiscono a confondere le carte in tavola e a dare realtà a ombre vane fuor che nell’aspetto.

Al di là degli equivoci, delle false coscienze, della ‘politica dello spettacolo’, nel saggio di Gibelli manca il conflitto vero, quello tra le due Italie, che, in linea di massima, votano – con sempre minore convinzione – per il centro-destra o il centro-sinistra ma senza prendere gusto ai loro fuochi di artificio e anzi col sospetto che essi servano a occultare o a rinviare i veri problemi del paese.

A farla breve, mi sembra che stia venendo al pettine, in un periodo di preoccupante crisi economica e culturale, l’incompatibilità, nei decenni passati occultata e rimossa da un benessere più o meno diffuso, tra due modi di intendere i «diritti della democrazia» (cito l’opera di una geniale filosofa del diritto, Anna Pintore), i compiti dello Stato, l’area delle libertà e delle spettanze, l’estensione e i limiti del Welfare State etc. La ‘democrazia liberale’ e la ‘democrazia sociale’ – unite un tempo dalla comune ostilità ai regimi totalitari, rosso e nero – stanno diventando una coppia di ‘separati in casa’. Sul versante della prima, da diversi anni – e non solo in Italia – c’è chi rimedita la lezione di un grande teorico liberale, Nicola Matteucci, e si chiede quando ci si potrà liberare dello «stato mediatore», della retorica del pluralismo sociale, di una filosofia falsamente liberal preoccupata più della ‘partecipazione’ alle decisioni collettive che della limitazione, in nome dei diritti, delle materie e degli ambiti decisionali. « Oggi il processo decisionale dello Stato – scrive a il Maestro bolognese fin dal 1984 – passa attraverso una pluralità di burocrazie e di tecnostrutture, che hanno diverse fonti di legittimazione, attraverso le quali la società si è fatta Stato, e lo Stato è divenuto sociale: è un processo decisionale, frammentato e distorto in vista di sempre nuovi fini particolari, un tempo ritenuti non pubbli¬ci, perché privati o sociali. |….| Ogni interesse, se organizzato, diventa pubblico e quindi poli¬tico, anche se la soluzione è sempre più amministrativa che politica, perché si tratta solo di questioni economiche, da risolvere con proce¬dure burocratiche. Ma a questa pluralità di burocrazie manca il mo¬mento di una sintesi unitaria, che può essere data solo da una volontà superiore sovrana, una volta espressa dal re, poi dal governo rappre¬sentativo. Nei contrasti e nei conflitti fra queste burocrazie il vecchio Stato è ridotto spesso a essere un mediatore, e talvolta è solo una parte fra le parti: per la gestione di una nuova economia domestica colletti¬va, e quindi per un'amministrazione contrattata della casa». Scrive Gibelli che viviamo nell’età dell’«arretramento abissale dello spirito civile che cancella la lezione più importante della storia del Novecento», il significato che ha avuto «la mobilitazione contro un nemico identificato su basi etniche o religiose come la causa dei propri mali». Avrebbe dovuto aggiungere anche le «basi sociali» avendo esse un qualche rapporto con la «stagione delle utopie e quella tetra e sanguinosa dei terrorismi».

Nel secondo dopoguerra, ricorda ancora Gibelli, «il messaggio politico era ancora intriso di elementi religiosi, messianici, escatologici».Non è al perdurare di tale messaggio che si deve la sottovalutazione di quanti – e, a mio avviso si tratta non di’modernismo reazionario’ ma proprio di ‘ceti medi emergenti’ per riprendere la categoria di uno dei miei indimenticabili maestri di storiografia, Renzo De Felice – vorrebbero «modernizzare il sistema politico italiano |…| e soprattutto imporre una svolta autenticamente liberista in uno Stato dove si sono agglutinate resistenze burocratiche e conservatrici altrimenti invincibili»? Si può certo pensare che il rimedio offerto da Berlusconi sia «peggiore del male» ma, giochiamo a carte scoperte, le due Italie, che ho menzionato, non concordano né sul ‘rimedio’ – il più coerente saggista liberale in circolazione, Piero Ostellino, autore de Lo Stato canaglia, non ha alcuna simpatia per il Cavaliere e non lo vota – né sul fatto che ciò a cui si dovrebbe rimediare, sia un male, il tipo di ‘stato sociale’ in parte iscritto nella Costituzione.

Come uscirne? A mio avviso, in un solo modo, quello vecchio e sul quale da sempre si scaricano le ironie dei fautori della democrazia ‘sostanziale’ – di destra e di sinistra: la conta delle teste. Ma perché tale conta si svolga, «in pace et in fede», per dirla col Segretario fiorentino, occorre, accogliendo l’invito della più alta carica dello Stato, «abbassare i toni», astenersi dal moralismo inconcludente, laicizzare il confronto politico, partendo dal presupposto, sanamente scettico, che in democrazia non si affrontano il bene e il male, la verità e l’errore ma argomenti forniti, tutti, di almeno qualche ragione. Scrivere, come fa Gibelli, che se si approvano certe leggi vengono meno «l’umanità e la decenza» vuol dire essere ancora immersi in quella che un geniale filosofo tradizionalista, Augusto Del Noce, chiamava l’«età della sacralizzazione della politica».